Polysics @ Piper [Roma, 12/Settembre/2008]

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Soltanto sette mesi fa i Polysics mi avevano regalato il concerto più bello e divertente della passata stagione. L’idea di rivedere la band giapponese di nuovo su un palco di Roma dopo così poco tempo sembrava impossibile. Anche perchè la scorsa volta c’era stato lo spiacevole episodio a fine serata degli occhiali spariti a Hiro (il cantante) e credevo che a Roma non ci avrebbero messo più piede. E invece rieccoli qui i Polysics. Inusuale la scelta di suonare al Piper, la discoteca dei giovani che sanno divertirsi.

Andiamo con ordine. Entrati nel locale ho una gran bella impressione. Nulla da dire sullo splendido palco, lo spazio largo e il posto in sè. Apre la serata però una cosa scellerata. Un duo che fa un tributo agli X JAPAN. Si chiamano X Italy. Oltre al fatto che personalmente detesto qualsiasi forma di cover band, non si capisce il senso di questo progetto. I brani sono suonati dal computer e lui ci canta sopra. Avete presente il karaoke? Peggio, perchè tra l’altro lui prova a cantare in giapponese mettendosi le mani sul cuore durante i momenti più intensi, liricamente parlando, dei brani. Commoventi. Va messa in luce la splendida esibizione dell’addetta al pc che sa spingere il tasto play come pochi altri. Ci sono tante risaie in Cambogia. Il locale intanto va riempiendosi di ogni tipo di personaggio, soprattutto ragazzini di 16/18 anni alla loro uscita settimanale prima della riapertura delle scuole. Vestiti come se fossero in piazzetta a Rimini o a Porto Cervo. Spuntano fuori persino felpe arrotolate al collo come nella Capri anni ’60. Aguirre io e gli altri ci guardiamo un po’ così e un po’ così. Ma vabbeh, a noi interessa solo il concerto. Salutati con amore gli X ITALY salutiamo con altrettanto entusiasmo la fine del concerto dei Jesus Was Homeless, gruppo emo punk i cui bei faccini e le catene appese ai jeans piaceranno alle ragazze con tacchi a spillo e borsetta che dimenavano flaccidi culi sotto il palco ma a noi provocano ampi sbadigli e maldicenze assortite. La Cambogia è grande, c’è spazio anche per loro.

Veniamo alla musica ora. I Polysics hanno appena pubblicato un altro grandioso album ‘We Ate The Machine’, il cui singolo ‘Rocket’, spopolava già a Febbraio scorso e sono qui per presentarcerlo in tutta la sua meravigliosa scemenza. Quando salgono sul palco, vestiti con le solite tutine arancioni, lo sparuto pubblico si accalca sotto il palco anche se molti rimarranno seduti sui divanetti e addirittura sulle balconate in alto si consumerà una festa di compleanno. Completamente disinteressati al concerto i 18enni rivolgeranno per tutta la serata le spalle ai nipponici. Io mi sarei svenato per avere i Polysics alla mia festa di 18 anni. Vabbeh. Hiro e compagni sembrano completamente disinteressati al tipo di pubblico e soprattutto alla quantità, veramente misera, di presenti. L’inizio è fragoroso, con la solita strumentale ‘Boogie Technical’, come la volta scorsa. Il surf rock misto ad elettronica robotica e scoppiettanti sberleffi r’n’r è micidiale e il pubblico esplode. Un salame di 15 anni e la sua degna compagna, dopo averci dimostrato quanto fossero virili, vengono presi per le orecchie dai buttafuori e portati a soffiarsi il mocciolo da qualche altra parte. We love you, security. Hiro inizia il suo personale show con il nuovissimo singolo, ‘Pretty Good’. Non sta fermo un secondo e cerca in tutti i modi di interagire con il pubblico che, man man che il concerto va avanti, da una parte diminuisce in quantità ma da una parte aumenta come entusiasmo. Hiro sbeffeggia e prende per il culo tutti gli stereotipi più insulsi del rock: gettarsi tra il pubblico, gli assoli, la chitarra tra i denti, gli urli. Il loro è l’anti snobismo per eccelleza. Ce lo avevano dimostrato già prima al banchetto del merchandise dove ci avevano accolto con sorrisi imbarazzati e inchini. Momenti di gran divertimento sono stati ‘Peach Pie On The Beach’, con la tastierista che si trasforma in una ragazza pon pon saltellando su una gamba sola e il flauto magico durante ‘I Me My Mine’ con tutto il pubblico a cantare e ballare eseguendo i suggerimenti di Hiro (va anche detto che al suono della sirena che anticipa la canzone c’è stato un boato, segno che chi era sotto il palco sapeva chi fossero i nostri adoaratissimi Polysics). Grandiosa la nuova ‘Kagayakae’ e solita lezione di aerobica durante ‘Baby Bias’, deliziosa come un lecca lecca in un barocco pomeraniano. ‘Rocket’ è forse il loro brano più riuscito, perfetto elettro punk rock. Lo dimostra anche dal vivo. Mentre Hiro diventa il più cretino possibile, il resto della band fa il suo dovere. Il batterista è il solito treno a vapore, la tastierista assume le sue glacialissime pose, una più scema dell’altra e la bassista regge il gioco del cantante, oltre a suonare il basso in maniera impeccabile. Il bis è formato da un solo brano (sob sob), è la splendida ‘Eletric Surfin Go Go’ che manda tutti in visibilio, anche chi non la conosceva. Provate a resistere al richiamo della melodia stile Casio che esce fuori dalle tastiere se vi riesce; purtroppo un altro bis ci è negato. I Polysics ringraziano commossi, per loro non fa differenza suonare davanti a 20.000 persone come sono abituati in Giappone, o a 50. Fa fede la tutina sudata di Hiro. Va anche detto però che a Febbraio è stata decisamente un‘altra cosa. Sarà che era la prima volta che li vedevo. Sarà che non c’era strana gente in giro. Sarà che i divanetti non c’erano.

Dante Natale

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