Polysics @ Init [Roma, 21/Febbraio/2008]

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Eravamo due babbei…

Per una volta rendo grazie alla mia forte inclinazione al ritardo, se non altro ci ha sottratto mezz’ora di debilitante noia. Alle 19:30 io e quell’altro scotenna-orari di Watt ci trovavamo già all’Init, con l’intenzione di sottoporre i nostri amati ragnetti arancioni ad una breve serie di domande da pubblicare poi qui, su Nerds Attack! Come sempre. Al contrario veniamo impalati da due ore di anestetizzante soundcheck e dall’impedimento dovuto a restrizioni varie, contratti vari, cavolate varie, a non poter effettuare questa intervista. Me ne dispiaccio. Da due mesi ci portavamo appresso uno strascico di bava mobile e ci stavamo affondando dentro con tutta la testa all’idea di assistere al concerto dei Polysics. Le nostre intenzioni? Delle più criminose. Le nostre previsioni? Delle più telluriche. La nostra impazienza? Rovente. Doppio vinile ‘Vista’? Solo sette copie disponibili: “Only seven, yes. Only seven”. Qui si esaurisce il nostro dialogo con la giapponese addetta al merchandising, quindi paghiamo – una cifra onestissima – e facciamo metter da parte le nostre lucide copie in edizione limitata. Intravediamo Hiro, è il primo a rivolgerci un saluto con allegata flessione ripetuta del capo, noi ricambiamo con sorriso multiplo, pacatamente e alla dovuta distanza. Sarebbe delizioso come uomo se non avesse le caratteristiche fisiche di un dodicenne tascabile.
Sono le 21:00, urge cibo.

Eravamo così beatamente stupidi…

Dopo la pizza e la polpetta di pollo sminuzzato, mollica e latte, facciamo ritorno all’Init e lì aspetteremo che l’onda si carichi di forza per sommergerci tutti, che qualche Kami si manifesti generando un sisma, collisioni rocciose, colate di magma, croste di synth raschiate da lamellare noise, rivestite da ignifugo new wave jacket, geniale imbecillità, spastic explosion. Giunge quindi Furyo Aguirre, il nerdico, carico Andrea e ci siamo. Ordino a Watt una disposizione centrale, prima fila, perché se dobbiamo fare gli imbecilli lo dobbiamo fare per bene. Non se lo fa ripetere due volte. E’ ora, arrivano. La prima è Kayo che si posiziona immobile al vocoder e synth, poi gli altri membri arancioni e poi Hiro che irrompe con un salto divaricato, una palletta di gomma con gli occhiali rettangolari neri, quelli loro. “We are Polysiiiiics from Tokyo, Japaaaaaan! Buonasera Romaaa!”. Io urlo sguaiatamente il suo nome, con la giusta pronuncia. Non so perché, anzi sì fa parte del piano “Agisci da vero stupido”. Un piano covato, doloso e con l’aggravante di molestia preterintenzionale ai danni dei vicini da parte di Watt che, a metà concerto, penserà bene (malissimo) di scaraventarmi in avanti spazzando via la primissima fila. Di solito non amo essere investita dai sovreccitati ai concerti ma per una volta ci stava e ci stavamo dentro. La proposta dei brani è di quelle che ci aspettavamo, la resa sarà delle migliori, il coinvolgimento spaziale. Prima regola: assecondare Hiro nei suoi spasticismi. Lo faremo perfettamente con la sincopata ‘Kaja Kaja Goo’, con la surriscaldata ‘Rocket’, ove io a e Watt andremo perfettamente a tempo, azzeccando le inchiodate, i la-la-la finali, le trapanate gimon-gimon-gimon con braccio uncinato per aria e incalzando. Tra un brano e l’altro non perdo occasione di urlare “Walky Talkyyyy!!!” ma non verrò accontentata. Quando è il turno di ‘Baby BIAS’ siamo nel cuore del ciclone elettrizzato, il pubblico è divertito come mai mi sembra di aver visto prima, il “baby baaaaaaiaaaas” si fa corale, oscillando da destra a sinistra e poi ancora a destra. Fantastico. Con il supporto di un Watt ormai devastato compio salti in perfetta tradizione masai, sulle schegge soniche di “I My Me Mine”, robotizziamo meccanici movimenti con “Buggie Techinica”, suoniamo idealmente la tastiera con le dita in “Black Out Fall Out” e poi si parte di capoccia (in realtà gli altri, io sono una femminuccia). Intanto il cappotto che stupidamente non ho riposto in macchina, è divenuto il mio bozzolo cocente, fatico per fare foto ma riesco. Sono preda di questi quattro insetti di ghisa e del loro amabile furore, sono da strizzare. Sono disinteressata a scrivere di altro, delle influenze, dei Devo, dei manga, di Shibuya, del Giappone, la mia è una cronaca perché diversamente – stavolta – non potrebbe essere. Loro sono i Polysics indipendentemente. Sono il risultato di qualcosa, ma sono assolutamente inconfondibili nelle loro tute arancio fluo, nella striscia di vetro nero, nella difficile capacità di non prendersi sul serio, nel loro aspetto futuristico così come nel loro intento rapace di coinvolgere. Usciamo con un riempitivo sorriso stampato, doppio vinile zuccheroso – che anche un accorto Aguirre riuscirà ad accaparrarsi – e godimento. Posso dire solo: “Ah Yeah!”.

Marysics Notarangelo

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