Pollino Music Festival @ San Severino Lucano [Potenza 2-3-4/Agosto/2019]

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Un altro pianeta. Questo il claim che caratterizza la ventiquattresima edizione del Pollino Music Festival. Il riferimento va al cinquantesimo anniversario dell’allunaggio, ma il pianeta evocato su cui sbarcare è molto più vicino di quanto possa sembrare. Un piccolo comune della parte lucana del Pollino, parco nazionale tra Basilicata e Calabria. Un’oasi naturale di pace e tranquillità in cui rigenerarsi, dove la nevrosi si dissolve e il tempo si dilata, sospesa in una meraviglia di colori, odori e sapori. Un legame stretto con la natura, arricchito da attività collaterali e luoghi da scoprire. Un’area campeggio attrezzata in una piccola struttura sportiva immersa nel verde, che per tre giorni si anima e diventa teatro di sano intrattenimento, tra concerti, interviste, workshop e djset. Un peccato non vederla piena come meriterebbe. L’Associazione Culturale Multietnica e il Consorzio Millepiani si occupano da sempre della paternità del progetto, che negli anni hanno sviluppato secondo le proprie possibilità, in forme e dimensioni differenti. Si prodigano nel dispensare cultura e intrattenimento in una zona che per conformazione, popolazione, tradizione ed opportunità, sembra tutt’altro che favorevole. Una gioia rappresentare un punto di riferimento e una possibilità dove non ce ne sono. Dove purtroppo persino gli abitanti locali fanno fatica ad apprezzarle e sostenerle. Questo per chi organizza e vive questo festival significa sentirsi orgogliosamente alieni già dal 1996 e intraprendere una lunga e tortuosa missione spaziale. Non a caso nelle serate terse come queste, ti sembra davvero di poter toccare quelle stelle, così tante e visibilmente vicine.

I concerti del venerdì si aprono con i Bytecore, che dovevano esibirsi anche l’anno scorso e furono bloccati dalla pioggia torrenziale che si è abbattuta sul festival. Quest’anno il tempo è ottimale e il quartetto lucano può esibire con forza e vigore le proprie trame d’elettronica, industrial e nu-metal, dove trova spazio anche il sentito omaggio ai Prodigy con l’esecuzione di “Voodoo People”. A seguire gli I Hate My Village, autori del miglior set dell’intera kermesse. Era la quarta volta che li vedevo e finalmente riesco ad ascoltarli al meglio. La setlist è la solita, compresa la cover di Michael Jackson e la citazione di Eminem, l’unica eccezione è rappresentata dalla quota d’improvvisazione e dall’interazione tra i musicisti stessi e il pubblico. Nello specifico stavolta viene sottolineata una deriva di psichedelia acida e un approccio punk funk, dove il controllo dei piano e dei forte ne sottolinea l’efficacia. Il loro sound è un perfetto equilibrio di timbriche e suoni. Le dinamiche trovano giustizia e tutto viene fuori nel migliore dei modi, sottolineando la tecnica e l’intensità della band. Se suonano così non ce n’è per nessuno. A concludere degnamente la prima serata abbiamo l’ottima performance dei Tre Allegri Ragazzi Morti. Toffolo e soci festeggiano i venticinque anni di carriera con un tour antologico e ben amalgamato, nonostante la recente pubblicazione de “Il sindacato dei sogni”, che trova comunque il giusto spazio. Sul palco hanno mestiere, energia contagiosa e grande capacità performativa e il loro live è sempre una sicurezza. Per chi li ha vissuti negli anni è difficile restare indifferenti all’esecuzione di brani storici come “Il principe in bicicletta”, “Signorina primavolta”, “Il mondo prima”, “Francesca”, “15 anni”, “Occhi bassi” e “Mai come voi”. In un lungo e composito medley reggae trova spazio anche una pregevole interpretazione di “Bella ciao”. Familiari.

Il sabato vede in scena la sensibilità artistica di Mantra Groove Station. Il set del polistrumentista di Policoro lo vede alle prese con loop di synth, percussioni, bassi, voci e chitarre. Creati in parte precedentemente e poi arricchiti e montati all’istante, con ableton e la giusta fantasia. Un’esecuzione che si rifà alle gesta dei migliori interpreti di genere, ma che conserva una buona dose di personalità. Caratteristiche sonore che verranno evidenziate anche nel workshop presentato nella zona chill out il pomeriggio del giorno successivo e soprattutto nel progetto legato alla realizzazione dell’atteso Open Sound Festival di Matera, che si terrà a fine agosto. A seguire abbiamo Populous, che nei due djset proposti in questo festival presenta entrambe le facce della propria medaglia artistica. Nel primo, eseguito come live nel campo sportivo, troviamo quella più raffinata e propria dei suoi album in studio e dei suoi live-set. Nel secondo, proposto dopo i concerti nell’area bar e relax della struttura, abbiamo quella più fisica, dall’impatto sempre etnico ma dallo spirito techno e dalla cassa dritta dominante. In entrambi si dimostra uno dei maggiori interpreti nostrani della materia elettronica. Grande. A chiudere i concerti abbiamo i Coma Cose. Uno dei gruppi rivelazione dello sfaccettato mondo dell’indie pop italiano si conferma come tale anche dal vivo con un live convincente e bilanciato, in cui trova spazio tutto il repertorio della band, tra album, ep e singoli. L’unica cover in programma è la sempre verde “Per me lo so” dei CCCP Fedeli alla linea. Fausto e Francesca sono affiancati da un batterista e da un polistrumentista alle prese con synth, basso e chitarra. Le luci e i visuals sono particolarmente funzionali allo show e i due tengono molto bene il palco, riuscendo a coinvolgere il pubblico al meglio. Tra i migliori testimoni della scena. Trasversali.

La domenica si apre con il concerto dei Meteopanik. Il quartetto lucano presenta un rock denso e un po’ scontato, dai toni vintage e con testi in italiano molto curati. Nel mezzo offre anche un sentito omaggio ai King Crimson. A seguire troviamo il cantautorato impegnato di Antonio Langone, fresco vincitore del contest legato alle selezioni di Italia Wave Basilicata. In quintetto ci mostra uno spaccato della sua musica, che si ispira ai classici della scrittura italiana senza disdegnare uno sguardo alla contemporaneità. Il clou della giornata è rappresentato dall’esibizione di Franco 126. Il songwriter romano è uno dei protagonisti in ascesa della scena indie attuale, grazie al suo appeal, riflessivo quanto scanzonato, che conquista anche gli avventori del festival. Peccato per il contrattempo che gli ha fatto saltare l’intervista nello spazio radio tardo pomeridiano, che da tre anni si adopera per presentare al meglio i protagonisti del festival. Il live è stato molto interessante. In cinque sul palco: lui alla voce, un bassista, un batterista, un tastierista e un chitarrista. La scenografia richiama la stanza singola della copertina dell’album, con luci e visuals d’ottima fattura. La setlist presenta tutto il disco solista e qualche brano tratto da Polaroid (assente purtroppo la richiestissima “Pellaria”), oltre ad alcuni singoli e strofe di partecipazioni esterne. Lui sguazza nell’atmosfera di presa bene generale. Ha indosso la felpa d’ordinanza e gli occhiali da sole fissi. Coinvolge il tastierista Pietro come alter ego ideale dei suoi speech e delle sue gag. Esprime una romanità genuina sottolineata da aneddoti e locuzioni precise, scandita tra un continuo “…è incredibile” e un imperativo “daje regà!”. Senza autotune a volte risulta un po’ svociato, ma non importa. Un live di sostanza e di cuore, che si compie anche nelle imperfezioni. Suona anche più del previsto con l’aggiunta di alcuni bis, che come successo nella serata precedente, sottolineano l’etimologia esatta del termine, trattandosi del ripetersi di alcuni brani già eseguiti. Come da consuetudine il tutto si chiude con il djset del Pollino Crew, che doma anche questa volta fino a tarda notte, gli ultimi imprescindibili stimoli di voglia di divertimento.

Cristiano Cervoni

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