Plastic Passion @ Lian Club [Roma, 28/Febbraio/2009]

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Serata british al Lian Club di San Lorenzo. Raggiunto, con previsioni che hanno del ridicolo, con un anticipo imbarazzante: prima della mezzanotte non si inizia. E allora giù verso vie più note, a bere, a scorrazzare, c’era quel posto illuminato in rosso dell’altra sera, lì non scassano se porti le birre fuori. E poi, a orari più consoni, di ritorno nel locale. Che vede aprire i romani Revolution#9, per i quali tutto sommato è giudizio positivo. Di primo acchitto più garage di quant’era sembrato dallo space, trafiggono e precuotono con uno slancio notevole. Se l’idea del primo LP era creare volenti o no un tributo ai vari must dell’indie rock e brit pop, dal vivo le carte cambiano. Suonano più autentici, e forse in studio era questione di produzione. Verso la fine si scema un po’ nel luogo comune, ma va detto, sempre meglio degli Orange.

Ma è per i Plastic Passion che la piccola folla ha straripato l’ancor più ridotto stanzone. Tre ragazzi d’ordinanza, con magliette d’ordinanza e un’orribile accento che avevo cercato di decriptare quando, alle nove e mezza, li avevamo intercettati ciondolanti e so bored sull’uscita. Ah, avessero saputo quale e quanto fluido vitale avrebbero iniettato nei sottostanti. Fiumane di ragazze, stasera decisamente carine, mentre io abbandonato dai miei (spaventati da orario, biglietto e jeans molto stretti) sono decisamente troppo solo. La birra faticosamente guadagnata al bancone non fa il suo dovere. Troppa sobrietà, immerso fino al pomo d’adamo in un contesto simile, va a braccetto con una serietà boriosa e, diciamola tutta, anche un po’ ottusa. Niente hanno di nuovo i Plastic Passion, niente di eccitante, di magico poi. Indie punk, shake your body, charleston in levare. Un songwriting anche sottordinario, brani strutturati su riff senz’arte né impegno, da cinque minuti al tavolo, chitarra sotto mano. Ma chissenefrega. Chissenefrega se la giapponese Knew Noise Recordings ha investito su di loro e a dodici mesi da oggi saranno già tornati a fare la parte degli studenti annoiati in fuga da Hertfordshire. Che si godano il momento. La gente balla, è felice, fresca. Sorride. Io attendo con dedizione la fine (che arriva morbida prima dell’una e mezza) per poi correre di nuovo nelle vie di prima. E noto che i nostri, fra una cosa e l’altra, sono gradevolmente debitori di Wire e Dead Kennedys. E magari, nei loro volti paffuti o troppo pallidi, anche abbastanza nerd per piacerci.

Filippo Bizzaglia

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