PJ Harvey @ ObiHall [Firenze, 24/Ottobre/2016]

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Non è certo amore quello che provo per Polly Jean Harvey, e nemmeno ammirazione o riconoscenza o stima. È un sentimento che non riesco a riservare a nessun altro artista vivente, e che non mi vergogno di identificare con la parola devozione. D’altronde – inutile girarci intorno – esistono le categorie, nella musica come in ogni altra cosa, e Harvey da un paio di decenni (decenni!) a questa parte viaggia su livelli iperuranici, su binari che sono solo suoi, e sarebbero veramente pochi i musicisti in grado di non uscire malconci da un eventuale confronto con la sua carriera. Sono la sua autorevolezza e la sua statura vertiginosa a rendere ridicolo – oltre che blasfemo – il tentativo di una critica attraverso lo stesso metro di giudizio di cui ci si serve per i comuni mortali. PJ Harvey chiaramente non può che essere giudicata mediante uno standard che è solo suo, senza nemmeno poter uscire dalla sua stessa discografia. Quindi il punto, quando esce un suo disco, non è capire se sia bello o brutto, collocarlo in un genere o andare in cerca di possibili ispirazioni. Il punto è decidere se si tratti di un capolavoro oppure “solo” un altro lavoro eccellente. Nel caso dell’ultimo ‘The Hope Six Demolition Project’, il verdetto di fan e addetti ai lavori non è stato unanime. Forse è venuto meno l’effetto novità dato dall’ennesima benefica svolta impressa alla sua musica, forse stavolta – almeno su un piano squisitamente lirico – l’obiettivo che si era prefissata (raccontarci le cose del mondo, in pratica) non le ha permesso di assicurarsi la consueta compiutezza poetica. Non ho risposte utili al riguardo, una quasi certezza, comunque, ce l’ho anche io. Ce l’ho a partire da un preciso istante di questa serata magnifica. A quarantasette anni appena compiuti Polly non è mai stata così in forma. E me l’aspettavo, va bene, ma vederlo coi miei occhi a qualche metro di distanza – dopo un viaggio Roma-Firenze organizzato cautelandosi contro ogni imprevisto possibile e anche impossibile – non è meno esaltante, non è meno grandioso. Lei, infatti, arriva preceduta da una backing band colossale, un vero e proprio dream team, sulla marcia militaresca che introduce ‘Chain of Keys’. Con la sua coroncina di piume in testa e le gambe bianchissime a evidenziare una mezza età obiettivamente scintillante. Ed è quello l’esatto momento, appena dopo la tripletta iniziale che mi è sembrata durare una manciata di secondi, in cui capisco che sono di fronte a una musicista in stato di grazia. Nemmeno il tempo di prendere bene le misure. Di trovare gli occhiali (dimenticati in macchina), di scambiare uno sguardo coi miei compagni di viaggio (attoniti), di immortalare il tutto in qualche scatto (orribile). Quando mi riprendo PJ e i suoi stanno già suonando l’ultimo singolo, ‘The Orange Monkey’. O meglio, loro suonano – e sappiamo chi siano e come suonino “loro”. Lei, invece, canta magnificamente, scivolando in modo agile da un registro all’altro e da una tonalità all’altra. Sottolinea le parole con una gestualità teatrale, trafiggendoci col suo sguardo indecifrabile, un po’ sprezzante un po’ benevolo (materno, persino?). E soprattutto balla, a scatti, seguendo gli accenti di Enrico Gabrielli, in modo non così tanto diverso da come ho ballato io ai semafori ascoltando il suo disco. Si ferma solo per imbracciare il sassofono, per scambiare un’occhiata con l’altro gigante John Parish, che sorprenderò più volte a guardarla visibilmente compiaciuto. E io penso che l’ultima volta che mi sono sentita così è stato davvero molti, troppi concerti fa, prima di lasciarmi risucchiare dalla parte centrale del set, la più sinistra. La scaletta privilegia infatti come d’abitudine il materiale più recente – come una ‘Let England Shake’ semplicemente magistrale – ma anche i pezzi più datati sembrano essere stati scelti in virtù di una certa irrequietezza diffusa, latente o esplicita. Assolutamente meritevole di menzione ‘To Talk to You’, con quel falsetto impossibile – “Oh grandmother, how I miss you!” – quasi disturbante, prima che la tensione venga sciolta da quel piccolo miracolo di melodia che è ‘Dollar, Dollar’, in grado di scatenare una giusta ovazione finale. Ma, davvero, la scaletta – e la scenografia banale (un muro che viene tirato giù, o almeno credo), le piccole imperfezioni, l’assenza di comunicazione verbale con la platea – è molto poco rilevante. È tutto contorno rispetto a una grandezza generale francamente difficile da descrivere. A Ferrara, l’ultima volta che l’avevo vista, il pubblico mi era sembrato quasi intimidito, forse persino deluso dal suo distacco. Oggi, invece, Polly è più umana, più carnale. Forse è questo a spingere delle ragazze a scrivere una richiesta su un foglio, un pezzo vecchissimo, e a sventolarglielo davanti imploranti. Lei se ne accorge, le guarda stupefatta e fa un gesto di diniego. Dopotutto, stiamo pur sempre parlando di una che riesce a farci sentire inadeguati anche con i suoi selfie su Instagram. Qualche classicone del passato, però, lo suona comunque. E non ce ne sarebbe nemmeno bisogno, perché non ci dovremmo mai stancare di ripetere che i grandi, gli artisti veri, sono quelli capaci di smettere in fretta i panni che li hanno resi iconici. Forse è questo che mi fa preferire, a una ‘To Bring You my Love’ sempre imponente ma un po’ troppo scolastica, la conclusiva ‘River Anacostia’, e quella sua apertura luminosa che mi fa commuovere prima del finale funereo, in cui i musicisti la affiancano a uno a uno – finalmente vedo Mick Harvey – uscendo dall’oscurità. Sembrano un plotone d’esecuzione. Io sono spossata, lo siamo tutti, fisicamente ed emotivamente. Lei ovviamente no. Guadagna nuovamente il centro del palco agitandosi sul riff di basso di ‘Working for the Man’, non una goccia di sudore, non un segno di stanchezza, non un cedimento nella sua totale dedizione all’interpretazione. Sempre dentro ogni sillaba di ogni canzone. L’epilogo è all’altezza, ‘Is This Desire?’, una bellezza brutale, più che una domanda sembra un monito. Eppure è la prima a lasciare il palco, senza una parola di commiato, lasciando  l’altro Harvey, Alain Johannes e tutti gli altri a lasciarsi seppellire di applausi. Dovremmo avere fretta di tornare a casa, domani lavoreremo tutti, ma alla fine restiamo insieme a parlare fino a tardi, davanti a un bar squallido che passa solo ignobile dance anni ’90. Perché certi concerti ti mettono veramente troppa adrenalina addosso, ti ricordano cosa possa essere ancora la musica in questi tempi di dischi mediocri. Sono le cinque passate quando arriviamo a Roma, ascoltiamo gli Arcade Fire, e trovo ancora la forza di tenere gli occhi spalancati, e pensare che ci vorrebbero più concerti così, più amici così, più nottate come queste. Artisti come PJ Harvey, invece, quelli lo so che non nasceranno più.

Elisa Fiorucci 

Foto dell’autore

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