PJ Harvey & John Parish @ Auditorium San Gottardo [Milano, 4/Maggio/2009]

458

Era il 21 gennaio 2005 quando nei camerini del Teatro Mediterraneo di Napoli riuscii insieme a Leo a scambiare qualche battuta con John Parish. Stava collaborando al progetto musicale ‘Songs With Other Strangers’ messo su da Cesare Basile (anch’egli presente stasera) assieme ad altri grandi nomi del rock nostrano ed internazionale come Manuel Agnelli (Afterhours), Stef Kamil Carlens (dEUS ed oggi alla guida degli Zita Swoon), Jean Marc Butty (PJ Harvey), Hugo Race (ex Nick Cave And The Bad Seeds) e Giorgia Poli (Scisma, Sepiatone). Sembrava stranamente più imbarazzato di me, un po’ come stasera, quando salendo sul palco, leggermente curvo e con un simil-borsalino marrone in testa, ha accennato un saluto al pubblico. “Quando ricomincerai a lavorare con Polly? Non è che prenderai la residenza a Catania, eh?!”. Gli chiesi scherzando quella sera. “Non so… a breve…forse”. Rispose indefinito. Tralasciando la produzione artistica di ‘Whiate Chalk’ (2007), abbiamo dovuto attendere altri quattro anni per rivederli insieme dopo il fantastico biennio ’95-’96 nel quale il duo delle meraviglie ci regalò ‘To Bring You My Love’ e ‘Dance Hall At Louse Point’.

I due songwriters sono arrivati in Italia per una sola notte, col fine di presentarci l’ennesimo capolavoro ‘A Woman A Man Walked By’, ensamble di tutto quello che, in più di dieci anni, le loro menti hanno pensato, il loro cuore pulsato, il loro stomaco rigettato nelle nostre viscere. Nell’ultima opera, Polly, in qualità di autrice delle canzoni, e Jonh, ancora una volta polistrumentista, hanno fuso e colato dieci tracce che sintetizzano il giusto equilibrio tra la sfrontatezza epidermica di ‘Dry’ e le ballate di panna rancida contenute in ‘White Chalk’. La delicatezza noir ed il folle nonsenso sono il fil rouge di tutto l’album. Ritorna prepotente quell’attitudine dream-folk tanto cara a Polly, disturbata ogni tanto da taglienti lampi elettrificati.

Prendo posto nella parte mediana della galleria a forma di ferro di cavallo e mi gusto il via vai degli intervenuti che, come il sottoscritto, smadonnano per non essere lì, a due passi da lei. Neanche ai Baustelle è andata bene: mentre consultano i biglietti si spostano progressivamente verso sinistra, nella parte terminale della galleria.  Di nuovo un teatro, dopo l’Auditorium di Roma di qualche anno fa; di nuovo una camicia di forza per chi è abituato ad annusare l’acre “sudore su acrilico”, sgomitare senza ritegno, tentare l’evasione oltre le transenne. Un concerto che si preannuncia diverso da quello visto al centralino del Tennis nel 2004. Uno sguardo al palco e noto con piacere un muro di amplificatori vintage: tre VOX e un Laney per le chitarre; un Ampeg per il basso. Sono circa le ventuno e conoscendo l’ossessività e compulsività del popolo meneghino immagino che venga dato il “via!” tra qualche minuto. Rimetto infatti l’orologio, dato che nel frattempo vedo entrare Parish, seguito da Eric Drew Feldman (basso, tastiere), Giovanni Ferrario (chitarra, basso) e Jean Marc Butty (batteria). Per ultima entra Polly. Scalza e con addosso un abito nero a metà tra una sottoveste e un vestito da sera, raccoglie un mazzo di rose rosse deposto da uno sconosciuto ai piedi dell’asta del microfono che richiama il solito rossetto leggermente sbavato sulla faccia pallida.

Il quattro di ‘Black Hearted Love’ da inizio allo spettacolo. Polly ci riporta alle visioni metropolitane di ‘Stories From The City, Stories From the Sea’ con quel suo spiare le ombre oltre le finestre di lui. Un’ottima ballata rock calibrata che vien voglia di riascoltare in loop per ore. Al termine, John impugna il banjo e attacca la litania ‘Sixteen, Fifteen, Fourteen’; il che ci fa pensare ad una esecuzione tipo tracklist dell’ultimo album. Invece, afferrata di nuovo la chitarra elettrica, strofina ruvido sul manico per introdurci ‘Rope Bridge Crossing’ e riportarci indietro nel tempo a ‘Dance Hall At Louse Point’. A questo punto è chiaro che il tema della serata sarà un merge dei due album fatti assieme. Infatti, seguono ‘Urn With Dead Flowers In A Drained Pool’ e ‘Civil War Correspondant’. Ancora un cambio di strumento. Questa volta Parish prende tra le braccia una chitarrina acustica mentre Ferrario raccatta una clavietta da dietro gli amplificatori, tra i sorrisi divertiti dei presenti. Si ritorna al nuovo album con la struggente ‘Soldier’ nella quale Polly tenta di esorcizzare l’orrore per le donne uccise in guerra. Seguono la violentissima e ballardiana ‘Taut’, ‘Un Cercle Autour Du Soleil’, e la melodica e percussiva ‘The Chair’ che pare sospesa tra Sicilia (Catania?) ed Islam. Improvvisamente le luci del palco si tingono di arancione e Polly intona “California, Leving California”. Ancora un’interferenza dryiniana ‘A Woman A Man Walked By’, cavernicola ed angolare per tre quarti; il resto è l’immagine di un treno, di un viaggio su di esso, musicato dalle due sbuffanti chitarre e dalla batteria che come metronomo scandisce il suo andare sulle regolari traverse dei binari. Concludono con la pre-garage e stoogesiana ‘Pig Will Not’ durante la quale l’androgena Polly si piega e si dimena emettendo lancinanti sonori, grida e mugugni. Il bis è povero. Solo due pezzi: ‘False Fire’ (così si legge sulla scaletta), composto e cantato da Parish, e ‘April’.

Un concerto d’élite per un pubblico certamente possidente visto che i prezzi dei biglietti variavano da un minimo di 55 euro ad un massimo di 70 (più prevendita). Un “concertone” totale e completo sotto tutti i punti di vista se solo fosse stato scelto un posto più adatto. Ancora una volta un audio sacrificato da un gusto insensato per l’”horror sound” di qualche presunto illuminato che crede ancora che i teatri siano destinati alla musica e ai convegni così i borghi medievali umbri alle partite di calcio della serie A. Polly 143!

Andrea Rocca

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here