Pixies @ Piazza Castello [Ferrara, 6/Giugno/2010]

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Non si dovrebbe mai sforare nel raccontare gli affari propri in un live report. C’è un limite al di là del quale le cronache delle proprie peregrinazioni, impressioni e sventure pre-concerto fanno di una recensione qualcosa di estremamente anomalo e immensamente noioso. Ma una breve cappello è indispensabile, giusto due parole per motivare quanto ieri sera fossi, schiettamente, stanco perso. Arrivavo da due giorni intensissimi nello staff di un festival dalle parti di Milano. Avevo perso il regionale per una questione di disinformazione e pigrizia. Ferrara, almeno dalle parti del Castello, era un delirio. Sold out. File ad angolo retto. Stand con magliette orribili. Il mio supporto ferrarese, nonostante la monotonia della cosa, continuava a non rispondere al telefono. Ma per i Pixies ero motivatissimo. Ripetuti ascolti di ‘Surfer Rosa’ e ‘Doolittle’ in attesa sulla banchina, nel vagone, lungo le strade vicino la stazione, avevano caricato le molle.

Dentro. Si fa buio e la piazza è gremita. Niente gruppo spalla per loro. Qualcosa prima delle nove e mezza e i Pixies sono già fuori. La folla è in festa, decine e decine di braccia alzate e macchinette digitali puntate verso il palco. Black Francis, in maglietta nera e pizzetto, è una figura statica e fin troppo salda davanti al suo microfono, quasi recalcitrante e indisposto verso la piazza. Sembra molto invecchiato e, a tutti gli effetti, lo è – seppure la voce ci sia ancora, caricata a salve il più delle volte, ma deflagrante e inattesa in almeno un paio di brani (le urla scalcinate di ‘Tame’ su tutto). Ma che qualcosa non vada lo si intuisce già dai primi pezzi. Joey Santiago è come bloccato, imbronciato, se ne sta in disparte nella sua fetta di palco e la sua chitarra è sempre troppo alta o troppo bassa, tanto che sembra scollegata da tutto il resto. Le note escono spesso fuori sincrono, stonate, come se Joey seguisse le canzoni per conto suo. David Lovering è un personaggino distante, tutto spallucce e occhiali, minuscolo dietro la sua batteria. Dei quattro solo Kim Deal, sorridente e tutto, e dico letteralmente col sorriso stampato in faccia per tutta l’ora e mezza di concerto, sembra recepire e contraccambiare l’entusiasmo altalenante del pubblico.

Dopo una mezz’ora scarsa ecco che avviene l’inaspettato. Un uomo sale sul palco, si allontana, ritorna e dice qualcosa ai quattro. I Pixies lasciano gli strumenti e un altro uomo della sicurezza, fischiato da tutti a dir la verità, chiede alla folla di spostarsi indietro, perché le transenne sotto al palco potrebbero cedere e via dicendo. Qualcosa come tremila o quattromila persone si trovano costrette a fare un passo indietro – cioè due, tre, e potete immaginare la difficoltà e la lentezza di una simile operazione, le urla, gli insulti. Qualcuno alle mie spalle dice: “I Pixies non suoneranno mai più in Italia”. Dopo una ventina di minuti di disorientamento, se non proprio panico e rabbia, il concerto riprende. Una scaletta che copre tutti e quattro gli album all’attivo. È una mia opinione, ma mi è sembrato che da quel punto in poi molta parte dell’eccitazione di trovarsi, a tutti gli effetti, a un concerto dei Pixies, si sia smorzata. Voglio dire, la gente davanti continuava a ballare, ma bastava allontanarsi di una ventina di metri per capire che in molti non si sono più ripresi. La cadenza lenta della trasognata ‘Monkey Gone To Heaven’, così come il bis eccellente (e, alla fine, di una prevedibilità tutta positiva) di ‘Where Is My Mind?’ e ‘Here Comes Your Man’ hanno risollevato la coda. Ma una certa stanchezza, quasi estraneità nell’esecuzione dei brani, mi ha lasciato addosso una strana insoddisfazione, un puzzle con qualche tessera in meno. Forse poi non sono la persona più adatta per commentare un concerto del genere. Dico questo perché, fino a pochi mesi fa, dei Pixies non conoscevo che un paio di canzoni. Avendoli tagliati fuori per un motivo o per l’altro dalla mia adolescenza, di commozione stasera non ce n’è stata proprio traccia, e mi sono limitato a osservare difetti e limiti, carenze e confusione. Sebbene ce lo si dovesse aspettare, in realtà. Lo si è sempre saputo che i Pixies, fra di loro, erano e sono rimasti molto distanti, freddi e poco propensi a chiacchiere e accordi. Che fosse l’ego mastodontico di Francis – una parola che esce fuori  molto spesso in questi ambienti e possiede tutta la brutalità e l’ambiguità di una espressione di tre lettere: ego, ego, ego –, o piuttosto il non essercisi mai trovati del tutto, in quell’insieme di affettività amicale e legame di responsabilità che fanno una band, non ci è dato saperlo con chiarezza; non a tutti, almeno. Ma la dimensione live di un gruppo che ha scritto, esplicitamente o indirettamente, la storia del rock alternativo degli ultimi vent’anni, non va comprovata ogni volta. Né era del tutto legittimo attendersi uno spettacolo eccezionale, straordinario, indimenticabile. Semmai ci si deve lamentare dell’organizzazione che, con quella bravata dell’interruzione, ha smorzato e di parecchio una sana carica d’esordio. Delusione per chi, come me, è venuto fin qui con uno zaino pieno di vestiti sporchi aspettandosi qualcosa di diverso. Divertimento oscillante e coinvolgimento un po’ a singhiozzo per i più. E infine lacrime di gioia per i fan che li hanno amati nello splendore dei loro quindic’anni, e lo hanno fatto – beati loro – anche ieri sera.

Filippo Bizzaglia