Pixies @ Heineken Jammin' Festival [Imola, 19/Giugno/2004]

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Se c’era un motivo per assistere all’Heineken Jammin’ Festival quest’anno (mi riferisco alla giornata di sabato, quella di domenica era per bambini) era il ritorno dopo 13 anni di uno dei gruppi più importanti e influenti della storia del rock. Non si sa se il motivo di questa reunion sia solo economico (non è prevista nessuna nuova uscita discografica se non delle registrazioni limitate di qualche concerto) e sinceramente non me ne frega niente. Perchè quello che è successo sabato (unica data italiana) è stato un evento di importanza mostruosa: prima di un Ben Harper parodia di se stesso e ben avviato sul viale del tramonto, dei redivivi Cure (scaletta un po’ monotona, ma forse la colpa era della mia stanchezza) e dopo un’ottima PJ Harvey, i passabili Starsailor in versione trio, i ridicoli The Calling e la toccata e fuga dei Delta V, sono saliti sul palco quattro personcine la cui grandezza non è neanche lontanamente paragonabile a quella degli altri performer della giornata. Grandezza non solo a livello musicale, ma anche a livello estetico, perchè è evidente che nessuno potrà mai essere bello come Black Francis (aka Frank Black, ma iscritto all’anagrafe come Charles Thompson): basso, grasso, senza gambe, pelato e con gli occhi chiusi, l’amico Black stravince il confronto tra bellocci con il cantante dei The Calling e Ben Harper; ma quel che è più importante è che stravince il confronto artistico, nonostante l’acustica riservata ai Pixies fosse di gran lunga la peggiore della giornata. I Pixies non sono dei musicisti eccelsi (e lo hanno dimostrato) ma sono dei grandi artisti, tra i più grandi di tutti i tempi, capaci di innovare profondamente numerosi generi se non addirittura di reinventarli, operando una sintesi tuttora ineguagliata. Sin dai primi potenti accordi del pezzo di apertura (quella ‘U-mass’ presa come riferimento, per non dire plagiata, dai Nirvana per la loro ‘Smells Like Teen Spirit’) si è capito che tutti quelli che avevano suonato prima e tutti quelli che avrebbero suonato di seguito erano solo pleonastici in confronto a tale meraviglia. E’ incredibile come dopo 13 anni la freschezza e l’energia del gruppo non solo siano rimaste immutate, ma sembrino addirittura migliorate e rafforzate, quasi che i quattro fossero rimasti ibernati per tutto questo tempo. Da quel momento in poi i Pixies cominciano ad attingere a piene mani dai 2 loro album epocali, ‘Surfer Rosa’ e ‘Doolittle’ e dal primo leggendario EP ‘Come On Pilgrim’, a parte una dolcissima e inattesa ‘In Heaven’, esibendo (mai termine fu più azzeccato, in quanto più che concerto è stata una vera e propria mostra di opere d’arte) più di 20 brani suonati senza soluzione di continuità, creando un atmosfera fuori da qualsiasi logica spazio-temporale nella quale piano piano anche il pubblico più mtv-iano è rimasto intrappolato. La grandissima voce stridula di Black Francis emergeva e si immergeva in continuazione tra le sfuriate chitarristiche spagnoleggianti e dissonanti di Joey Santiago, l’incedere sghembo dell’inconfondibile basso di Kim Deal e il pulsare aritmico e aritmetico (è una vita che aspettavo di fare questo connubio) della batteria di un David Lovering capace di perdersi 3 bacchette in 5 secondi. Elencare la scaletta dei brani proposti potrebbe essere tanto esaltante quanto frivolo e inutile, ma una citazione a parte meritano le ballate cantate da Kim Deal, ‘Gigantic’ su tutte, con voce stupefacentemente ancora da bambina. Come in ogni concerto perfetto, la completa simbiosi tra palco e pubblico è giunta solo alla fine, durante l’incommensurabile ‘Where Is My Mind?’, suonata a ritmo leggermente rallentato e dalla quale emergeva etereo e commovente l’ululato ultraterreno di Kim Deal quasi sembrasse provenire dall’anima di ciascuno spettatore e da questa partire in ogni direzione dell’arena provocando uno sensazione straniante ma anche cullante (effetto ottenuto inizialmente cantando a un paio di metri dal microfono), un’esperienza mai provata prima. Alla fine l’arena inizialmente freddina esplode in un applauso di durata paragonabile alle prime della Scala, mentre Frank Black incoraggia la timida ed incredula (tanto da farsi fare una foto dal batterista col pubblico che li applaude sullo sfondo) Kim Deal a ricevere l’ovazione del pubblico, prima di andarsene sorridente e con andatura barcollante. Sono le 19:30 circa, mi aspettano altre 4 ore di musica, ma vorrei tanto andarmene con la consapevolezza che a quel punto nient’altro potrebbe soddisfarmi. Purtroppo non posso, non essendo autosufficiente, per cui continuo a canticchiarmi ‘Debaser’ mentre tutti applaudono Ben Harper.

Daniele Gherardi

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