Pink Mountaintops @ Init [Roma, 22/Maggio/2009]

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Quando intorno alle 23:30 la barba di Stephen McBean, il delizioso vestitino fiorato di Sophie Trudeau e la maglietta dei Sadies di Matthew Camirand salgono sul palco, capisco velocemente che sarà un concerto di cui ricorderò molti momenti, molti attimi, molto cuore. Soprattutto il cuore. Che non è mai abbastanza. La serata estiva è piena di vigili e zanzare intorno al club. Non tantissima gente. Ma che importa. Sono così stanco e provato dagli eventi che centrifugano gioiosamente e dolorosamente la vita, che non sarà certo questa la prima volta in cui mi dedicherò a descrivere canzone per canzone. Pratica vetusta, superata, inutile. Al limite fotografo la scaletta e vaffanculo. Assistiamo a uno show per misurarne l’intenistà, le emozioni, il livello del suono che infrange la testa e mette in moto la fantasia. Ad occhi chiusi. I Pink Mountaintops sembrano saperlo da tempo. Che la musica va suonata e “trasmessa” alla gente come in un’ideale stretta di mano.

Un supergruppo in fondo, più che uno dei tanti progetti paralleli, di una comunità musicante canadese che sembra non arrestare flusso e creatività. Basterebbe la paffutta provincialità di Sophie, violinista mirabile, già collaboratrice dei Godspeed You! Black Emperor e co-fondatrice dei Thee Silver Mt. Zion Memorial Orchestra & Tra-La-La Band. Basterebbe la faccia da bucaniere di Matt Camirand, chitarrista tatuato già dei Blood Meridian e dei Black Mountain, coinvolto nel giro alternative country che fa capo proprio ai grandi The Sadies. Basterebbe l’occhio vispo e l’immagine neo-hippie di Stephen McBean leader della “montagna nera” e di tutto l’esercito a seguito. Basterebbe il nuovo album ‘Outside Love’, un secondo disco quasi perfetto, un debutto che per ‘Sweet 69’ e la cover di ‘Atmosphere’ dei Joy Division andrebbe acquistato a occhi chiusi e braccia aperte.

Bastava esserci. E immergersi nella psichedelia dei Pink Mountaintops. In un periodo di assoluto revivalismo totale del genere. Sessantiana, rurale, corale, texana, lisergica, drogata, effettata, spaziale, cosmica, velvettiana, californiana, sperimentale. Ma pur sempre psichedelia della tradizione. Che si portano cucita addosso, che scorre nel sangue. E allora parliamo di livello superiore. Di quanto i seminali Brian Jonestown Massacre continuino ad influenzare senza che nessuno alzi la mano per dirlo. Perchè l’ignoranza è una brutta bestia malforme sdraiata beatamente al sole della pigrizia dell’anima. Perchè in un’ora e un bis (dal primo album) McBean e i cinque amichetti, ci portano in mezzo ad un corso di sciamanismo, dove è difficile riaversi. Tra lunghe, strumentali, fenomenali porzioni di purezza musicale e ballate col sapore del grano tra i capelli. Non serve altro. Ad occhi chiusi. Con tanto cuore.

Emanuele Tamagnini

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