PiL @ Atlantico Live [Roma, 27/Ottobre/2013]

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Era domenica scorsa, all’Atlantico, zona Eur di Roma che si è tenuto il concerto dei famigerati quanto epici Public Image Limited o più semplicemente PiL. Per questa data, una strana e triste coincidenza: da qualche parte nel mondo, moriva, guardando gli alberi della sua tenuta di Springs, un’altra leggenda della musica dell’ultimo secolo, principe e al tempo stesso guerriero del rock: Lou Reed. Ma procediamo con ordine. Ad aprire il live i Soviet Soviet. Probabilmente troppa poca cosa, per guadagnare la dovuta attenzione della sala, quando ancora più o meno gremita, lasciava intendere il fremito e la voglia spasmodica per l’ascolto dei PiL.  Ma chi sa accordare alla musica tutta – senza distinzioni di sorta – un orecchio aperto e il giusto spirito critico, si sarà reso conto che al passato leggendario che di lì a poco si sarebbe esibito, si stava assistendo con i Soviet Soviet all’ascolto di un pezzo di futuro. Trio di Pesaro, i Soviet Soviet nascono infatti qualche tempo fa, proponendosi con un cantato arrabbiato, rigorosamente in lingua inglese, dalle nuances post punk/noise rock e dai titoli presi in prestito da un lessico propriamente più militare che punk, come il pezzo ‘Warmata’ per citarne giusto uno a caso. Passati da poco da una label indipendente italiana ad una label newyorkese, i Soviet Soviet hanno presentato i brani del loro ultimo album ‘Fate’ in uscita proprio questo novembre, forse più puliti e levigati rispetto ai precedenti ma comunque ben strutturati e persistenti come la texture di un buon vino.

Lasciata la scena, dopo qualche inevitabile minuto di pausa e la doverosa preparazione del palco che comunque sin dall’inizio sfoggiava già sul fondo un abnorme telo blu con al centro il logo giallo dei PiL, ecco presentarsi John Lydon anzi no Johnny Rotten come afferma lui stesso esordendo: ”Solo per questa notte sarò Johnny Rotten e non John Lydon” e lanciando poi verso il pubblico una banana. Con questo esplicito riferimento alla banana più famosa di tutti i tempi, Rotten omaggia così velocemente il collega ed amico Lou Reed e comincia la sua maratona canora. Primo pezzo eseguito ‘Deeper Water’ e già si sente che qualcosa nell’acustica rispetto a prima è cambiato. Tutto sembra più potente, il volume, il suono e l’intensità dei bassi cosi esagerata tanto da portare lo stesso Lydon a lamentarsi più volte nel corso della serata di un audio non dei migliori. Ma lo show continua e dopo ‘Albatross’ interpretato ed presentato in una veste totalmente in “slow motion” e lontana anni luce da quello che forse poteva suscitare un tempo ecco finalmente vibrare nell’aria le note della hit più conosciuta in assoluto della band: ‘(This is not A) Love Song’. E anche qui i toni sono talmente più sfumati e pacati, che si stenta a capire dove sia la vera chiave di lettura della nuova interpretazione proposta: che Lydon voglia forse dimostrarci l’importanza della durata e lunghezza piuttosto che dell’effimera per quanto breve intensità di un pezzo? Sta di fatto che ‘(This is not A) Love Song’, coinvolge e piace al pubblico che comincia a scuotersi entusiasta e la voce di Lydon possente e presente ricorda comunque che abbiamo di fronte un maestro, qualcuno che ci sa fare veramente e che ha ancora più di qualcosa da dire, e lo fa servendosi del sottile quanto complicato gioco della reinterpretazione dei suoi pezzi. Si prosegue fino ad arrivare ad un altro epico climax, ovvero quello di ‘This what you want, this is what you get’ di ‘The Order of Death’ per poi chiudere serata di lì a qualche brano dopo con ‘Open Up’, cover dei Leftfield. Nota a parte va fatta infine per i compagni di scena di Lydon: alla sua destra Lu Edmunds, ex-chitarrista dei The Damned, dalla presenza scenica curiosa ed intrigante vista la lunga barba e i baffi impomatati versione Dali; al basso Scott Firth in tenuta elegante con tanto di giacca e camicia bianca e sullo sfondo il batterista Bruce Smith, membro dei The Slits. Una quadradura del cerchio musicalmente perfetta che non poteva non dare vita al live di gran qualità e spessore a cui si è assistito domenica scorsa.

Daniela Masella

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