Picastro @ Traffic [Roma, 4/Maggio/2008]

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‘Whore Luck’, ultimo lavoro dei canadesi Picastro, si è procurato un taglio sonoro nella mia Top 5 di fine anno. Meritatamente aggiungo. Quindi, ogni tanto, la musica mi restituisce qualche favore trasportando, all’ombra della sua immensa apertura alare e ben stretti tra gli artigli, gli artisti di mio interesse. Ogni tanto accade anche a me. Segno con largo anticipo la data su uno dei miei mille post-it fluo e spargo la voce tra le testuggini nerdiche. Saremo pochi però, immeritatamente aggiungo. Giusto il tempo [lunghissimo] di essere sottoposta ad un viaggio fotografico sui ceci lungo un’immaginaria transcanadese – pena inflitta dal Frigez – e scendiamo giù nel seminterrato sempre adatto del Traffic. Loro sono in tre e qualche conto non torna, ma l’importante è che ci sia il cuore fondente di Liz Hysen che trovo seduta, composta, sobria nell’aspetto e nei colori al tavolino dello smunto merchandise che offre solo la scelta dei tre CD. Va bene così, semplice, contenuto, essenziale. Io chiedo se hanno vinili con loro [magari nel loro van o nel bagagliaio, vai sapere], stupidamente però, visto che hanno solo CD. La serata viene aperta dai Tocqueville, quartetto romano che non avevo avuto mai modo di ascoltare prima. I quattro, che subitaneamente mi suggeriscono adiacenze sonore con Death Cab For Cutie e molte altre band indie-power-sugar-pop fino ad arrivare a Weezer, volendo Starlight Mints volendo whisky & soda & rock ‘n’ roll e che potendo si lasceranno ascoltare molto più verso il finale nell’intrapresa di momenti più schizzati e più convincenti.

Il tempo di battere le mani, salire sopra per uno scambio di parole e i nostri tre si trovano già sul palco. Siamo meno di quelli che eravamo prima, mi chiedo perché però. Mi piazzo vicino, per favorire la corretta trasfusione delle esalazioni pacate attraverso l’aerosol uditivo dei miei padiglioni. Sono chitarra, batteria, violino [suonato da un nuovo elemento inglese vestito di un maglione di almeno tre taglie più grande, adorabile]. Iniziano con ‘Hortur’, brano che apre anche il loro ultimo album, rispettando l’ordine suoneranno poi l’insofferente, dolce ‘Car Sleep’, arriva poco dopo una delle mie preferite ‘If You Have Ghosts’ e mi isolo completamente lasciandomi cullare dai moti convettivi dei venti caldi della voce di Liz e da quelli più erosivi e strutturati di un violino acido e di una batteria sbriciolata degli altri due elementi. I microelementi dei Picastro a tenerti in equilibrio per contrasto. Mi piace questo di loro. Sono una carezza e un fiore reciso, sono tepore in una stanza di lame, conforto nel nero. Poi Liz ad un certo punto, chiederà: “Do you want to hear something sad or scary?”. In coro: “Scaryyyy!”. Ok e allora sceglie ‘Meat’ [da ‘Red Your Blues’]. Carne. La musica dei Picastro è tattile, avviene per contatto, è carnale e porosa. Liz nella sua enorme timidezza sceglie di comunicare via suono-epidermide e farà colpo su Watt, fortemente catturato da questa caratteristica. Vanno via i Picastro, speriamo in un’altra ancora ma rimane solo Liz e viene sottoposta dal volere del pubblico a suonare qualcosa, forse, contro la sua volontà. Imbarazzata chiede se qualcuno ha una richiesta particolare. Do un ceffone io alla mia di timidezza e chiedo ‘Friend Of Mine’, lei con un po’ di amarezza dice che non può per via del piano, allora cerco di tappare questo buco di difficoltà momentanea con ‘Fifth Wall’, lei accetta e da sola, autentica, semplice la eseguirà, ricoprendo, con la sua chitarra, anche le funzioni originali di una batteria molto presente. Brava, bravissima. Finita, andrà via sulle punte, sommessamente, tra gli appalusi scanditi del piccolo pubblico. Comprerò ‘Metal Cares’ e la carta velina del suo artwork, scambieremo quattro piacevoli parole con loro. Quasi sento di volermi scusare per aver proposto un pezzo, fra timidi ci si scusa anche per aver detto ciao. Però ciao ce lo diciamo, e porto a casa una notte buona.

Mary Notarangelo

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