Piano Magic @ Circolo degli Artisti [Roma, 10/Novembre/2009]

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Dieci album in tredici anni. Una doppia retrospettiva. Molti singoli. Qualche album solista. Una nuova etichetta. Circa sessanta musicisti ad aver collaborato nel corso degli anni. Se la musica non si fa con i numeri, di certo quelli dei Piano Magic e, nello specifico, del leader Glen Johnson, almeno un po’ di stupore lo destano. Fuori moda e fuori dal tempo, la band britannica non ha mai fatto breccia nella stampa di casa, ma ha raccolto un certo seguito live in tutto il Vecchio Continente, Italia in primis. Dalle digressioni strumental-ambientali del primo ‘Popular Mechanics’ (datato 1997) alle influenze spudoratamente wave dell’ultimo ‘Ovations’, i Piano Magic – ma forse sarebbe meglio dire Glen Johnson – sembrano aver seguito come un percorso a ritroso rispetto alla tradizionale cronologia della popular music. Dopo aver respirato l’aria “post” di metà anni novanta, l’hanno trasformata in composizioni sonore liquide e contemplative (‘Artists’ Rifles’, del 2000) o in atmosfere spettrali (‘Disaffected’, del 2005), hanno percorso i sentieri rumorosi della seconda metà degli ottanta (‘Part Monster’), per ritrovarsi, dopo infinite deviazioni, cambi di line up e progetti paralleli, tra i chiari riferimenti alla new wave più dark “joy” romantica dell’ultimo album. Si parlava di ghost rock, nei loro riguardi, alludendo alla dimensione gotico-languida in cui si erano mossi (anche) durante gli ultimi live. Informazioni probabilmente vere, giunte a chi scrive solo oralmente, non avendo mai assistito ad un loro concerto. Probabilmente un bene, che il timore di un set eccessivamente etereo e spettrale, sia stato in gran parte disatteso.

Il pubblico è parecchio, mediamente sopra la trentina. Glen Johnson è l’antidivo per eccellenza, eppure con un humor tipicamente british, una presenza fisica clamorosamente anonima e un’attitudine “emo-ma-non-troppo” riesce, chissà quanto suo malgrado, a tirare i fili della performance, musicalmente e dialetticamente. Più di tutto, sarà la natura del suono, non spettrale e impalpabile ma corposamente wave, e la nitidezza con cui è definito, a colpire. I tappeti elettronici di Angèle David-Guillou e la chitarra – a dir poco – ipnotica di Franck Alba sono l’orizzonte gelido e cupo (eppure così familiare e accogliente) in cui si muove la discreta voce narrante di Johnson, timido cantastorie della generazione perduta. Joy DivisionNew Order, Dead Can Dance, Durutti Column: la prima metà degli anni ’80 è il riferimento, più o meno esplicito, dell’intero set. “L’uomo che vive nel passato” (Glen Johnson) si circonda di cimeli rassicuranti, dagli echi di ‘Pornography’ (‘The Blue Hour’) ai gruppi veramente indispensabili (“Kraftwerk, primi Cure e The Smiths”), ad un omaggio ai Dead Can Dance (‘Advent’) – già ospiti (con Brendan Perry) in due brani di ‘Ovations’ – all’ammissione che in fondo, oltre all’amore, la musica continua ad essere l’unica cosa davvero indispensabile (ovviamente, ‘Love & Music’). Dark filtrato dagli anni ’90 (‘The Faint Horizon’), movimenti lisergici (‘Last Engineer’), ma anche una parentesi della tastierista-chitarrista Angèle David-Guillou (‘Incurable’) che sarebbe calzata a pennello – accanto a un nome a caso, ovvero i primi My Bloody Valentine – nella compilation Indie pop Rough Trade.

Se l’ultimo album, con pezzi meno geniali e una dimensione più rassicurante (non tanto nella musica in se, quanto nei riferimenti noti), è il maggior protagonista del live, il suono dei Piano Magic rimane un filo conduttore riconoscibile, fascinoso, melanconicamente irrequieto. Prima del tour, Glen Johnson disse che – fin dal titolo- ‘Ovation’ voleva essere l’ultimo capitolo della band, a meno che il tour in Italia (!) non avesse dato adito a ripensamenti. Cosa piuttosto probabile.

Chiara Colli