Piano Magic + Castanets @ Circolo degli Artisti [Roma, 16/Febbraio/2006]

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Contro le mie più nefaste aspettative – basate sul giorno infrasettimanale, sulla pioggia febbraretta e sulla proposta “particolare” degli artisti convenuti – il sempre attivo Circolo alla fine risulterà colmo e festante.
Non annunciata sale sul palco in solitudine Jana Hunter, cantautrice texana, che i più attenti lettori avranno forse apprezzato al fianco di Devendra Banhart nell’album omonimo a due (edito solo in vinile) uscito lo scorso anno attraverso la Troubleman Unlimited. L’ex Matty & Mossy prima della sua breve esibizione è dietro al piccolo banchetto approntato per vendere materiale dei gruppi. Campeggia una piccola testa di rettile e proprio quel disco che ha di fatto dato una piccola ma notevole spinta alla sua carriera sotterranea. Inizia con la chitarra (che poi userà Mr. Castanets) e termina con il basso (che poi accompagnerà Mr. Castanets). L’aspetto è da autentica nerd ma la voce evocativa e quel modo di proporre folk sognante può ricondurla accanto (ad esempio) ad una come Joanna Newsom. Discreta. Timida. Introversa.

Quando la sala è ormai già piena, ecco arrivare il misterioso Castanets (all’anagrafe Raymond Raposa) immerso nel suo piumino e coperto da tanto di cappuccio, cappellino e barba da boscaiolo. Ma Raimondo è di San Diego. Ed è un cittadino del mondo. Ecco allora che nella sua personale visione si sprigiona un originalissimo (quanto catartico e frammentario) avant country. Diremo di più. La posizione a “fucile” della chitarra rimanda senza dubbi ed ombre al seminale Johnny Cash, non è un caso infatti che il sound di Raposa sia stato definito come “new americana”. Tutto torna. Sempre. Soprattutto nella musica. Dove l’ispirazione si fonde alla conoscenza. Un’orgia mutante ben compressa nell’ultimo ‘First Light’s Freeze’ fuori nel 2005 per la minimale Asthmatic Kitty stessa dimora di Sufjan Stevens. Se volete avvicinarvi ai Castanets non dimenticate però Ben Chasny ed i suoi Six Organs Admittance.

La curiosità intorno alla creatura del londinese Glen Johnson è tanta. I Piano Magic vengono accreditati ed inseriti sotto la tenda new wave. Forse. Ma l’approccio iniziale del quintetto è davvero troppo distintivo per non aprire la porta al fantasma Mercury Rev. Sgombriamo subito il campo allora da feroci dubbi e mezze parole: tra i due gruppi c’è una voragine. I MR sono degli dei che scendono a volte dall’Olimpo per darci soddisfazione. I PM, seppur con alle spalle dieci anni esatti di produzioni, sono ancora sotto il monte a ricacciare il masso come incolpevoli Sisifo. La causa è forse dovuta alla line up sempre instabile (orbitano in due lustri circa trenta elementi tra guest, amici e membri stabili!) e le quindici etichette assaporate nello stesso lasso temporale. Noi crediamo più semplicemente che i Piano Magic pecchino di emozionalità. Impeccabili dal punto di vista strumentale (non a caso hanno firmato la colonna sonora di “Son De Mar” di Bigas Luna) ma scarsi nel coinvolgere il cuore. C’è la psichedelia moderna e drogata degli Spaceman 3 che fa capolino nei finali diluiti, c’è il romanticismo etereo dei This Mortal Coil (un pallino di Johnson), ma c’è anche il Vini Reilly all’apice dei Durutti Column (campeggia guarda caso anche sui nostri volantini!) e i vagheggiamenti dark incastrati tra Joy Division (l’ultimo brano è un omaggio quasi spudorato), Cure e tessuti di tastiere a dir poco spettrali. E la battuta iniziale di Johnson (quando viene sparato il fumo bianco sul palco) è eloquente: “sembriamo i Sisters Of Mercy!”. Ho faticato. Ho compreso. Ma l’emozione non nasce tra le pagine di un compito ben svolto. L’emozione nasce tra gli errori di ortografia, tra la sincerità ed un foglio sgualcito.

Emanuele Tamagnini

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