Philip Glass @ Auditorium [Roma, 21/Maggio/2010]

639

Il settantatreenne compositore americano Philip Glass si è esibito all’Auditorium Parco della Musica con un’ensemble composta da Lisa Bielawa (tastiere e voce), David Crowell (sax soprano, contralto e tenore), Jon Gibson (flauto e sax soprano), Michael Riesman (direttore e tastiere), Mick Rossi (tastiere) e Andrew Sterman (flauto, ottavino, clarinetto basso). Un sound di quattro tastiere e tre fiati ha stregato per circa due ore la gremita Sala Sinopoli. Uno stile, quello di Glass, basato sulla ripetizione di brevi battute in grado di suggestionare lo spettatore. Picchi acuti ossessivamente pungenti su bassi d’appoggio sulle tastiere, fiati essenziali, precisi, voce di donna usata come strumento con il suo “cantare” note musicali. Il concerto inizia con ‘Dance Piece n. 9’ da ‘In The Upper Room’ (1986), brano nato per il balletto, che riesce a trasmettere, con i soli strumenti, il senso arioso del movimento dei ballerini. Seconda traccia, le ‘Parti 1 e 2’ tratte da ‘Music in 12 Parts’, composte tra il 1971 e il 1974, composizione che trasmette quasi un senso di angoscia per l’ossessività uditiva. A chiudere la prima parte, ‘The Grid’ tratto da ‘Koyaanisqatsi’, pezzo nato per l’omonimo film di Godfrey Reggio. Gli ultimi 45 minuti si allontanano dal periodo minimalista e post-minimalista del compositore, i tempi si allargano e si da più spazio agli a-soli dei fiati. ‘Music in Similar Motion’ del 1969, fa sobbalzare da una linea melodica all’altra. Il sax diventa voce protagonista in ‘Facades’ da ‘Glassworks’ (1983). Il penultimo brano è stato ‘Building’ tratto da ‘Einstein On The Beach’ del 1974, forse il più melodico del repertorio. Infine, ‘Act III’ da ‘Photographer’ (1983), brano ispirato  al fotografo Edward Muybridge. Una scaletta strutturata in modo da rendere percettibile e udibile quel movimento che spesso Glass, nella sua carriera, ha evidenziato tramite la collaborazione con il cinema e la danza. È proprio un senso di mutamento, di divenire rotondo, di attimi cangianti pregni di vitalità, a dare forza e fare da collante all’esibizione. Ogni brano rapisce l’ascoltatore, fino a costringerlo all’ipnosi, attraverso una ripetitività di note, quasi ossessive, che portano l’ascoltatore, una volta terminato il pezzo, a subire la fine, quasi come una mancanza fisica. Ogni finale è così accompagnato da un sussulto vocale, segno di una trance terminata.

Lina Rignanese

2 COMMENTS

  1. Bellissimo. Nonostante molti siano pezzi di più di trent’anni fà è difficile arrivare “pronti” ad un concerto come questo.

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here