Phenomenal Handclap Band + The Fists + Black Daniel @ Rough Trade East [Londra, 10/Marzo/2010]

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In un disinvolto negozio di una traversa della Brick Lane, nel cuore dell’East End londinese, giace un piccolo ma importante pezzo di storia discografica, britannica e non. A dire il vero, la storia se la porta dietro il marchio, più che il negozio. La Rough Trade Records, etichetta indipendente nata nel 1978 ad opera di Geoff Travis, è riuscita a guadagnarsi una breve ma solida fama, nei suoi primi tredici anni di vita, coltivando un denso sottobosco post punk e alternative rock accanto a realtà più corpose e storiche quali Smiths e Scritti Politti. Fallita nel 1991, riesce ad aprire nuovamente i battenti nel 2000, tenendosi a galla e, anzi, resuscitando grazie a gente come Strokes e Belle & Sebastian. In questi sciagurati anni di crisi, economica e musicale,  questa filiale orientale, costola dell’ormai più che trentennale negozio madre in Portobello Road, sembra riuscire a sopravvivere e anche ad organizzare piccoli ma succosi eventi. Come la chicca di questa sera.

Pur essendo di lunedì, la gente accorre abbastanza numerosa all’evento, e si lascia condurre per gli stands sedotta dal ruvido e minimale fascino del negozio. Trovando di tutto e di più, tra vinili e cd, non faccio fatica ad ammazzare il tempo, ascoltando qua e là gli album offerti all’ascolto. Il brusio della gente viene finalmente spezzato dall’ingresso in scena, alle sette circa, dei Black Daniel. La band, presumibilmente inglese, non si lascia intimidire dal senso d’attesa, ma anzi dimostra di saper tenere la scena, in modo un po’ sgangherato ma divertente, grazie soprattutto alle movenze del cantante, una specie di Roy Paci scalmanato, con baffetto alla Oliver Hardy. Il loro è un garage-pop venato da influenze dark e glam, debitrici tanto di Bowie quanto del Reed velvetiano. Simpatici, anche se dopo un po’ i pezzi finiscono per somigliarsi un po’ tutti.

Dopo di loro, è il turno dei successivi opener, i Fists. Inglese di Nottingham, il quintetto sembra offrire qualcosa di più originale, oscillando tra veloci cavalcate al confine col country, fino a ripetitivi crescendo e basi ritmiche quasi alla Suicide, come in ‘Squirl Squeak’. Il tutto all’insegna di un approccio lo-fi. Un po’ acerbi ma godibili, nonostante qualche seccatura tecnica e qualche incertezza di troppo.

E, dopo un’attesa piuttosto lunga, è finalmente la volta di coloro per i quali siamo venuti qui. Dietro l’altisonante nome di Phenomenal Handclap Band, si nasconde una specie di supergruppo indie, composto, tra gli altri, da un membro dei Calla e uno dei TV On The Radio. In un’imponente formazione a sei elementi, i nostri, nel rapissimo set che ci concedono (tre pezzi tre, preludio al concerto vero e proprio del giorno dopo al Cargo), dimostrano che l’alleanza tra band non è sempre ingestibile, come spesso accade, anzi, i risultati ci sono, e si sentono eccome. In un’ideale viaggio nel tempo attraverso le ultime cinque decadi della musica, i nostri riportano souvenirs da tutte le epoche: da una vaga tendenza alla dilatazione e all’improvvisazione sixties, alla Iron Butterfly, passando per uno spiccato approccio soul-r&b mescolato a Sly & The Family Stone fino ad arrivare agli ultimi flirt con la musica da ballo di band quali !!! e LCD Soundsystem. Insomma, di tutto di più, per un sound che suona però più classico che avanguardistico, dove a prevalere sono suoni familiari che non si allontanano troppo dal buon vecchio funky. Il singolo ‘Baby’ è un po’ il biglietto da visita di questa tendenza più seventies, la quale viene poi però spiazzata da pezzi più spinti come ’15 to 20′, ‘Testimony’ e ‘You’ll Disappear’ (dove ricordano quasi i Kasabian interessanti, quelli degli esordi): il focus rimane comunque su un’interpretazione, peraltro ottima, di canoni noti e stabiliti. Peccato solo per l’esiguità dello show: dopo tanta attesa, non sarebbe dispiaciuto affatto rimanere un altro po’ lì ad ascoltarli. Risicati ma convincenti.

Eugenio Zazzara

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