Peter Murphy @ Alcatraz [Milano, 5/Ottobre/2009]

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Il godfather del goth sbarca all’Alcatraz per il suo “Secret Cover Tour” ed in attesa dell’uscita del suo nuovo album. Lo incontro ancora nello stesso locale in cui, circa tre anni fa, lo vidi in qualità di frontman dei Bauhaus, band di cui non bisogna certamente aggiungere nulla. Peter Murphy, non solo musicista, ma artista a 360°, poliedrico ed imprevedibile, dissacrante ma allo stesso tempo devoto: negli anni ’90, infatti, abbandona la religione cattolica per convertirsi all’Islam, vivendo per parecchio tempo tra Ankara ed Istanbul. In quel periodo scopre gli scrittori Sufi come Geylani, Jellauddin Rumi, e le poesie di Sadruddin Konevi che influenzeranno gran parte della sua produzione artistica da headliner. Grandi collaborazioni: Trent dei Nine Inch Nails e Mick Karn, ex bassista dei Japan. Col primo, specialmente, si creò un sodalizio artistico, un’intesa speciale dato che “rese onore non solo ai Bauhaus ma anche” a Peter come artista solista; mentre con il secondo fonda i Dali’s Car (‘The Walking Hour’, stupendo ed unico album). Un carisma unico, che è ormai raro ritrovare nelle band contemporanee; una voce – come la definisce lui – “evocativa e misteriosa”, a volte “ipnotica e agghiacciante” ricercata con forza e volutamente sin dagli inizi, sin dai tempi di ‘Bela Lugos’s Dead’. Un pezzo che però Peter non ci regala questa sera.

Giungo all’Alcatraz un po’ in ritardo, ma appena in tempo per assistere all’ultimo pezzo elettro-pop di Lettie (giovane londinese che si vocifera sia molto apprezzata anche dalla critica di Sua Maestà dopo il primo album ‘Age of Solo’ uscito nel 2008). Non c’è molta gente, purtroppo. Credo ci siano meno di 300 persone ad assiste al nostro cantore, profeta Peter Murphy. Tra queste, spicca Andy (ex Bluvertigo) con cui scambio piacevolmente due chiacchiere sulla scena underground milanese (ed italiana) oltre che sul libro appena uscito scritto dal mio caro amico Daniele Cianfriglia (“Bluvertigo & Morgan. Il suono è mille brividi”, Arcana Songbook, 2009). Siamo concordi che molto sembra cambiato di quella scena anche se, a dire il vero e guardandoci intorno, i volti sono sempre gli stessi, certamente un po’ più invecchiati.

Escono allo scoperto i pipistrelli che accompagnano Murphy: imbracciano i loro strumenti mentre Peter comincia a svolazzare con le sue ali appuntite sulle nostre teste e all’interno del nostro stomaco. Il suo modo di fare e muoversi è sempre lo stesso: assolutamente epico. Me lo conferma addirittura la dolce Monia, che mi ha accompagnato più per gentilezza che per piacere dato che il genere musicale proposto non è, come dire, nelle sue corde. Un concerto certamente per pochi eletti, per chi ancora crede nel ricordo di ciò che era e ciò che siamo (tanto per parafrasare Emidio Mimì Clementi). Lo si capisce dai pezzi proposti. Tralasciando quelli dei Bauhaus come ‘She’s In Parties’, molte sono state le cover o forse (nell’intenzione di Peter) i tributi (e il riferimento al nome del tour non sembra essere a questo punto un caso): da ‘Ziggy Stardust’ e ‘Space Oddity’ di Bowie a ‘Transmission’ dei Joy Division (piangevo di eccitazione) passando per ‘Hurt’ dei Nine Inch Nails e ‘Instant Karma’ di John Lennon. Una serata che rievoca il nostro oscuro scompenso adolescenziale; una serata ottembrina e meneghina che fa da contorno ad un’altrettanta serata stupendamente decadente come le foglie degli alberi piantati fuori dall’Alcatraz che prendo a calci come fossi ringiovanito o, piuttosto, fossi stato morsicato da un Conte in frac.

Andrea Rocca