Peter Hook & The Light @ Velvet [Rimini, 9/Novembre/2012]

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Io lo sapevo, lo sapevo che stasera andavo a ficcarmi nei guai. Un po’ come quando hai vent’anni e tiri fuori dal ripiano più nascosto dell’armadio la scatola con le foto e la memorabilia della tua ex. Convinto di starci dentro. Perchè tanto è passato del tempo. Tanto l’hai superata e bla bla bla. Aspettative. Che spesso, spessissimo con gli esseri umani vengono disattese. Figuriamoci con i concerti. E Peter Hook è un essere umano. Un essere umano che fa concerti, opplà.
 I coraggiosi ragazzi della Bside Crew ci mettono faccia e tutto il resto organizzando questo evento, e il tributo del bassista al primo album dei Joy Division è, de facto, una celebrazione a tutto tondo della band. La scaletta trabocca non soltanto delle tracce – tutte – di ‘Unknown Pleasures’, ma recupera tanto materiale uscito su singoli ed EP’s, oppure incluso nel secondo album ‘Closer’ o addirittura dal repertorio dei Warsaw, primo embrio della band. Dunque non una semplice marchetta di dieci pezzi più un paio di bis striminziti di “quelle” canzoni che l’intera platea si aspetta e poi via, tutti a casa o a sbronzarsi o a fuggire col malloppo, ma un vero concerto. Anche se un poco di aria da lupanare aleggia comunque.

But we remember when we were young, vero Hooky? Su di un maxi schermo scorrono immagini di repertorio dei nostri, sia recenti che più in là negli anni, quando la band era ancora musicalmente legatissima ai vari Iggy e Ziggy per intenderci. E mentre placido e tranquillo me ne sto a osservare il pubblico che alla spicciolata riempie parte della sala e mi godo ‘Sister Europe’ e ‘Trans Europe Express’ sparate nell’impiantone Hook e il resto della truppa salgono sul palco. Jeans. Camicia scura. Più magro di come lo ricordavo ultimamente. Capelli corti. Niente barba. Sembra un agente di cambio, uno scommettitore in ricevitoria, un Fred Flinstone semiserio, il testimone dell’amico d’infanzia che si sposa in comune in seconde nozze, quello che veste sportivo anche alle cerimonie. Sorride complice ai suoi e alla platea. E quando guarda in tralice le prime file sì, rende giustizia ad entrambi i monikers destrorsi delle sue due bands più importanti. Basterebbe giusto virare tutto in bianco e nero e metterlo a sedere sulla banchina della stazione accanto Amon Göth e nulla stonerebbe.

Alla fine di ogni pezzo sfoglia diligentemente le pagine del quadernone con i testi. Canzoni che suona con disinvoltura, arte e un approccio energico e virile. E io me lo guardo ben bene questo omone stasera che ce l’ho davanti per la prima volta. Nonostante il mio giradischi lo conosca da tantissimi anni.
Lo guardo cantare le parole che qualcuno ha scritto prima di lui, mentre cerca di farle più sue.
Lo guardo riuscirci e lo guardo fallire.
Lo guardo cercare un poco di teatro nei gesti, indossare i vestiti e le scarpe di un altro.
Lo guardo celebrare la sua gioventù in un corpo quasi cinquantasettenne.
Lo guardo liquefarsi riflesso nella vetrata accanto al palco.
‘Unknown Pleasures’, ‘Warsaw’, ‘Dead souls’, ‘Transmission’, ‘Isolation’, ‘Twenty four hours’, ‘Love will tear us apart’, ‘Interzone’, ‘Digital’, ‘Leaders of men and so on’ io dal vivo non le avevo sentite mai. E l’emozione non manca. Davvero non manca. Perchè sono pezzi bellissimi. Perchè sono parole importanti. Sono felice, deluso, eccitato, spietatamente esigente di fronte a qualcosa che da un lato mi regala meravigliosi flashbacks, dall’altro mi lascia solo intravedere quel che non potrà essere mai più. Niente ‘Atmosphere’, probabilmente il loro pezzo realmente più prezioso e nobile. Ma alla fine di tutto non è questo il punto. Il punto è che stasera ci troviamo di fronte a uno spettro. Non di qualcuno, ma di qualcosa. Ed è assolutamente innegabile. Ed in cuor loro lo sanno sia i ragazzini con le magliette funebri e bellissime di Saville sia le madri, i padri che sono qui per ricordare un amico antico, uno specchio, un sentiero lontano e mai ritrovato del tutto. Come la morettina dietro di me che raglia ogni singola parola della mia canzone preferita, ‘Decades’. Come un inglesissimo quasi quarantenne accanto che segue tutto quel che accade sul palco con immobile attenzione e tradisce profonda emozione durante ‘Candidate’. Come un signore certamente coetaneo di Hook che era il primo in fila alla cassa e sarà il primo alla transenna di fronte al palco per tutto il set.
 Lo sappiamo tutti. E secondo me lo sanno anche loro.

Loro o quel che ne rimane. Prima i Joy Division, poi la dipartita di Ian Curtis, la metamorfosi e l’avvento dei New Order, lo scioglimento, la reunion e la nuova diaspora tra Hook e il resto della band. Curioso destino per quattro individui che insieme hanno creato così tanta bellezza. A guardarli oggi, separati e sparpagliati qua e là da morte, cause e progetti, sembrano parenti ancora più lontani di quanto non lo fossero allora, da quel maggio di trenta e più anni fa. E Hooky è uno di famiglia, non c’è dubbio. Ma i Joy Division sono una leggenda. E quando ti metti a fare braccio di ferro con la leggenda che succede? Succede che perdi. Anche se fai bella, bellissima figura. E non credo sarebbe andata diversamente se ci avesse provato Morris, oppure Sumner, o addirittura lo stesso Curtis se solo avesse ancora potuto. Two and two always makes a five diceva qualcuno tempo fa. E mio malgrado non posso dargli torto a quel qualcuno, anche se non mi sta troppo simpatico. In fondo il manifesto della serata non aveva barato. Peter Hook & The Light perform ‘Unknown Pleasures’. A Joy Division Celebration. E questo è stato. Nel bene e nel male.

Giuseppe Righini