Peter Hook & The Light @ Circolo Andrea Doria [Roma, 24/Luglio/2015]

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Lo ho evitato rigorosamente finché ho potuto, alla fine ho ceduto. Forse mi sarà diventato un po’ simpatico o mi sarò semplicemente rammollito. Di certo, dopo essermi impuntato per evitare ogni celebrazione legata ai Joy Division, in particolare per l’immortale ‘Unknown Pleasures’ tra tutte quelle che hanno visto impegnato Peter Hook nell’ultimo lustro, ho infine dato un calcio alle mie convinzioni per dargli una possibilità. In fondo, la lettura della sua biografia “Inside Joy Division” mi ha strappato quasi una lacrimuccia, soprattutto dopo aver letto i passaggi che raccontano la genesi di ‘Closer’, partorito negli storici Britannia Row Studios di Londra che si trovavano proprio alle spalle del college che ho frequentato nei primi quattro mesi di quest’anno già minuziosamente raccontati su queste pagine. Il pensiero è inevitabilmente volato al silenzio di quella stradina a Islington, con le orecchie protese cercando di afferrare echi di un passato musicale straordinario, e perfino alla visione di quell’assurdo negozio di tassidermia descritto nel libro e che ancora fa bella mostra di sé in Essex Road. Le perplessità le avevo ancora tutte ma avrebbe potuto davvero un concerto di Peter Hook che si esibiva in brani che ha contribuito a plasmare in prima persona esser così pessimo quando là fuori ci sono perfino cover band il cui cantante, a momenti, finge pure un attacco epilettico solo per imitare il grande Ian Curtis?

La verità è che i fantasmi restano, aleggiano su tutto il Circolo Andrea Doria (a proposito, a chi di voi è mai capitato di entrare nell’area di concerto passando per un campo di calcetto?) e lo stesso Hooky ce li avrà pure dentro e ormai da 35 lunghi anni. Poi sarà la mera voglia di denari, di non annoiarsi a casa, di diffondere semplicemente il verbo di Joy Division e New Order alle nuove generazioni, non possiamo saperlo. Per quel che conta, non contesterò a Peter Hook di aver voluto rapportarsi a un fardello ingombrante con un senso di leggerezza, con quelle pose da rocker, con quella voce a volte troppo strozzata per farcela davvero, fino a quella orrenda maglietta tirata in pasto al pubblico manco fosse un ipotetico scontro a distanza di panze e buon gusto con Morrissey. Tanto vale ascoltare, perdersi nel mare di magliette con lo storico artwork di Peter Saville, godersi comunque ‘She’s Lost Control’, ‘Shadowplay’, ‘Disorder’ e tutto il resto perché in fondo Hooky ci prova davvero a cantare, quando vuole ci riesce e sa esser convincente dandosi davvero una carica. Purtroppo non è sempre così o l’effetto non è quello sperato o è fin troppo esagerato, troppe volte sente il bisogno di farcire con quelle urla con tanto di eco… Però quel suo basso così pulsante e pieno, tetro e pesante c’è tutto, sia pure spesso “doppiato” da un altro bassista. La band, The Light, il suo compito lo fa e la cura nel riprodurre anche parte di quei suoni ce la mette senza infamia e senza lode, in quanto alle canzoni quelle restano sempre ed in fondo l’effetto di sentirle cantare dalla voce di Peter Hook tanto malvagio non è, il punto è che sembra un “qualsiasi” concerto rock’n’roll come se quei brani perdessero peso specifico ma questo potevo già prevederlo e immaginarlo. Allora, preferisco semmai pensare quanto ironicamente discreta sia le resa visto chissà quante volte lo stesso Hook sarà stato invitato a cimentarsi nel canto ai tempi proprio da Ian Curtis. Ed è altrettanto ironico che abbia cannato proprio l’unico brano che canta pure su disco, ‘Interzone’ infatti è venuta fuori una mezza porcata, quasi una presa in giro con quelli pseudovocalizzi (senza che nessuno cantasse la parte originariamente di Ian Curtis), e anche ‘New Dawn Fades’ non l’ho proprio digerita. Non ho neanche digerito troppo la nonchalance della scaletta nel passare dal repertorio Joy Division a quello dei New Order, è ovvio che ‘Age Of Consent’ e ‘True Faith’ siano sempre un bel sentire però, insomma… ‘Blue Monday’ poi è stata pure quasi solo una base mandata, con l’aggiunta di voce e basso. Ma ok, va pure bene, finché tutti balliamo e ci divertiamo. La verità è che spererò sempre di aver visto quel barlume del Peter Hook giovane ribelle di cui ho letto in quella espressione che non scorderò, vista per pochi secondi su quel viso ormai bolso e segnato dal tempo, tale da renderlo una via di mezzo tra Jimmy Il Fenomeno e uno degli hooligans descritti in un libro di Cass Pennant che a uno di Salford magari fanno comunque schifo e ti schifano di rimando perché non sei cockney. Uno sguardo che sembrava il più triste e pieno d’odio del mondo, sì, sarà tutta una mia sega mentale ma a me è piaciuto immaginare proprio che pensasse “Ma che cazzo ne sapete voi di me, di Ian, di ciò che scriveva e cantava? Eh? Cazzo ne sapete? Ma poi quasi manco io lo sapevo prima che si ammazzasse…”. Prima di continuare come se niente fosse, the show must go on e al diavolo tutto ancora una volta. I bis, quelli che ti aspetti, ‘Ceremony’, quel braccio alzato e la dedica ad Ian, ‘Transmission’ e infine, immancabile, ‘Love Will Tear Us Apart’, l’ultimo emozionante sussulto, dedicata alla band. Alla band? Era il caso? Proprio quella canzone? Mah. Inutile pensarci troppo, per quel che vale mi hai divertito, Peter ed è già ben più di quello che mi aspettassi.

Piero Apruzzese

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