Peter Hook & The Light @ Atlantico Live [Roma, 18/Febbraio/2014]

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Nelle ultime due settimane gli organi di stampa non hanno mai smesso di parlare della grande attesa, degli ospiti, dei rumours e degli artisti in gara di quello che, volenti o nolenti, resta il principale evento televisivo-musicale di questa nostra Italietta. Mentre le voci si rincorrevano, i testi dei brani venivano svelati, pomposi vestiti cuciti con cura ed orridi personaggi estratti dalla naftalina per l’occasione, non potevo che pensare che a me, di questo festival, non me ne fregava un cazzo. L’unica cosa utile della sua fase di avvicinamento è stata che il countdown dei media mi aiutava a far meglio i conti sui giorni che mi separavano da un evento certamente più di nicchia, ma per me di sicuro preponderante. Peter Hook è stato il bassista (e fondatore) di Joy Division e New Order, due band che possono piacere o meno, ma che senza dubbio hanno definito stili ed influenze delle successive generazioni di musicisti. Se dicessimo che un album su tre, tra quelli prodotti ogni anno da musicisti esordienti, è palesemente ispirato agli ascolti ripetuti degli album di quelle due formazioni, non ci discosteremmo molto dalla realtà. Dato che fa emergere senza dubbio una mancanza di originalità nelle nuove leve, ma che rende onore ai membri di quelle band che sono state capaci di ergersi a baluardi di stili che risultano tuttora attuali. Dopo la burrascosa uscita dai New Order, avvenuta nel 2007, Hookie ha deciso di sentirsi vivo, ma sì, anche di guadagnarsi la pagnotta, interpretando live interi album degli anni d’oro delle due band nelle quali ha militato, occupandosi anche della parte vocale. Dopo averlo fatto con ‘Unknown Pleasures’, probabilmente l’unico album di cui sono state vendute più magliette che dischi, ha deciso di presentare live, insieme ai The Light, i primi due album del repertorio New Order: ‘Movement’ e ‘Power, Corruption & Lies’.

Ci presentiamo così all’Atlantico intorno alle 21, pronti a rendere il nostro tributo a un pezzo di storia della musica di quella Manchester vista nei film, come nel caso dell’imprescindibile “24 Hour Party People”, letta nei libri e amata in occasione di un viaggio nel nord dell’Inghilterra il cui unico scopo, oltre a vedere concerti, fu quello di andare alla ricerca di luoghi come l’Haçienda e la Factory Records, dove quella musica venne creata, eseguita e prodotta. Passeggiando per le vie giuste di Manchester, quelle in cui puoi incontrare un dipendente degli uffici che sorgono dove un tempo c’era il Boardwalk che posticipa la timbratura del suo cartellino per mostrarti dove abitava Tony Wilson, provai un profondo rimpianto per non aver potuto vivere, per ovvie ragioni anagrafiche, quell’epoca musicalmente florida di una città grigia e piovosa altrimenti nota solo per avere due buone squadre di calcio. Il passato è passato, ma a volte ritorna, anche se in forme diverse, e se hai fama di essere uno che lo rimpiange, beh, non puoi certo mancare l’appuntamento. Entriamo nella sala concerti del locale dell’Eur e ci attestiamo sulla transenna, che per una volta che si arriva con grande anticipo non ci si può esimere. L’Atlantico appare rinnovato rispetto a come ce lo ricordavamo: tra il palco e l’unico bar aperto, quello di destra, notiamo una pedana rialzata sulla quale sono posti dei divanetti molto apprezzati dai presenti, che subito li occupano in toto. Il locale è davvero grande e per riempirlo di questi tempi servirebbe Bob Dylan (o Violetta), ma gli spettatori sono accorsi comunque in buon numero, intorno alle 500 unità. Tempo di foraggiare il bar, assecondando la nostra passione per il luppolo, ed ecco che le luci si abbassano ed il loro posto viene preso dai Light, la band creata nel 2010 da Peter Hook per portare in tour gloriosi brani storici. Il bassista, in un ideale passaggio di consegne, è Jack Bates, nome che non dice nulla, ma dietro il quale si cela null’altro che il figlio di Hookie stesso. Anche Uncino Senior avrà il basso (wireless, prima volta che lo vediamo dal vivo) a tracolla per tutta la durata del live, ma solo in veste di addizionale. Chitarrista, batterista e tastierista (di quest’ultimo ne parleremo di nuovo più avanti…) completano il quintetto. La scaletta si apre con ‘Slaves of Venus’, il personale tributo della band ai Joy Division: sette brani tra i quali spiccano ‘Disorder’ e ‘She’s Lost Control’, quest’ultima apprezzata in particolar modo dai presenti. Hook, fasciato da una polo nera troppo stretta per la sua taglia attuale, probabilmente un XXL, comunica spesso con il tecnico del suono, chiedendo quasi tutta questa prima parte di aumentare il volume al suo microfono. Messo a registro questo inconveniente tecnico, la voce del frontman potrà essere apprezzata appieno, fino a diventare un valore aggiunto, anche se ovviamente le parti più emozionanti saranno quelle in cui imbraccerà il basso, arriverà fino a bordo palco e mostrerà il suo stile poco tecnico e molto personale che lo ha reso famoso ed in molti casi anche un idolo. Proprio questo ci verrà detto, nella pausa di circa dieci minuti successiva a questa prima tranche di brani, da un bassista (appunto) conosciuto tra il pubblico, il quale ci svelerà di essersi sobbarcato il viaggio da Caserta a Roma in macchina ed in solitaria per non perdersi le evoluzioni di colui che lo ha spinto ad avvicinarsi a quel particolare strumento.

Potenza del mito. Concluso l’omaggio ai Joy Division, i 5 torneranno sul palco per interpretare i brani che compongono la scaletta dell’album d’esordio dei New Order, ‘Movement’, eseguiti nello stesso ordine di apparizione della versione studio ed anticipati da ‘Procession’, non edita nell’album, ma risalente a quel periodo ed inserita nella ristampa del disco. Con l’avvento di suoni più elettronici salirà il tono del live e gli spettatori da glaciali, quasi intimiditi, inizieranno a scaldarsi, seguendo l’andamento della performance. Lo zenit di questa parte di set si raggiungerà con ‘The Him’, pubblico scatenato e band, Hook incluso, molto dentro al pezzo. “I’m So Tired” ripetuto lungamente e con veemenza nel finale del brano, quasi come fosse uno sfogo, resterà cristallizzato nella mente dei presenti come uno dei momenti più emozionanti dell’intero live. Dopo l’interruzione, stavolta più breve, si ripartirà con ‘Power, Corruption & Lies’, album del 1981 con suoni meno dark ed un maggior uso del sintetizzatore rispetto al precedente. Il pubblico si adatterà, dimenandosi maggiormente, sempre in bilico tra il clima di riverenza e l’abbandono all’esaltazione data da brani come ‘Ecstasy’ ed ‘Ultraviolence’. Come prologo agli otto pezzi del disco, verranno inseriti ‘Cries & Whispers’ e ‘Everything’s Gone Green’, contenuti in un singolo uscito proprio nello stesso anno del secondo LP. Dopo 26 brani la band abbandonerà il palco per la terza volta, ma le luci resteranno basse ed i suoi fasci ripetitivi come nell’ultimo set, mentre ‘The Beach’, lato B della prima edizione del singolo ‘Blue Monday’, verrà mandata in diffusione. La mente di tutti andrà a quest’ultimo storico brano, forse il più famoso dell’intera produzione NO, mentre qualcuno dirà con tono solenne che verrà eseguito in chiusura, proprio come ieri a Milano. Sarà lo stesso Hook a gelarci, dicendo con un sorriso sadico che l’addetto alle tastiere e ai synth è andato a casa perchè non si sentiva molto bene. Non siamo ragionieri, ma insomma, fino a fare 2+2 ci arriviamo, e capiamo subito che per ascoltare le note di quell’Azzurro Lunedì dovremmo attendere di entrare in macchina e sperare che l’autoradio non decida di fare le bizze. Ma prima abbiamo molto da fare, perché come dice Peter sarà davvero una lunga notte. L’encore sarà composto da ‘Temptation’, capace di commuovere il nostro vicino di posto; ‘Ceremony’, prima della quale Hookie scenderà dal palco per avvicinarsi al suo pubblico (ma non così vicino da avere un contatto fisico), per poi risalire in evidente affanno e urlare come un leone ferito ma ancora feroce; ‘Transmission’, che farà scomporre i presenti di ogni età in un pogo comunque molto composto; infine la fantastica ’Shadowplay’, anche questa, come la precedente, tratta dal repertorio della band il cui frontman fu Ian Curtis. Dopo 30 brani, capaci di zittire anche i critici della musica al chilo, quelli che “ho pagato tanto e quindi suoni tanto”, Hook continua a dare tutto, lanciando la sua polo a dei ragazzi della prima fila e mostrando un fisico imbolsito e ricoperto di tatuaggi old, non come stile bensì proprio come periodo in cui se li è fatti fare. Come resistono loro al tempo, lo fa anche la sua musica. E resiste anche nel post concerto, quando l’encore dell’encore lo scelgo io in macchina, e improvvisamente la notte di uno buio martedì diventa un lunedì davvero molto azzurro.

Andrea Lucarini

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