Peter Doherty @ Social Park [Roma, 5/Luglio/2019]

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Tutto diventa più relativo che mai quando Peter Doherty, per gli amici Pete, si affaccia da queste parti. Innanzitutto perché nel bene o nel male, tanto o poco che sia, se ne parla sempre. “Ti ricordi quella volta del Piper? Quando scappò dai paparazzi fermando un tipo in motorino…”“E chi se lo scorda! Quello era un amico mio.”“Sì però è uno stronzo, io sto ancora rosicando per quella volta che non si presentò all’Atlantico con i Babyshambles” ecc. ecc. In fila prima di entrare c’è chi ha portato una chitarra da farsi autografare ed intanto strimpella i pezzi dei Libertines, chi invece tira fuori questi e tanti altri aneddoti che trasudano quell’imprevedibilità tipica di chi vive oscillando perpetuamente tra genio e follia. Nulla è mai scontato, nulla è banale, nulla percepito nello stesso modo da tutti. C’è chi lo vede come un poeta, chi come l’ultima rockstar autentica vivente, chi come un povero tossico, nonché un mediocre musicista o chi soltanto come quello che inspiegabilmente è stato fidanzato per un po’ di tempo con Kate Moss. Ognuno possiede la sua verità. Nemmeno gli occhi raccontano la medesima storia per tutti, lo vedi passare e puoi sentire chi dice “madonna come s’è ridotto” e chi invece lo considera “tornato in forma”. Pete è, che lo si voglia o no, l’artista che in un modo o nell’altro ha fatto più parlare di sé degli ultimi quindici anni. Alla fine non si è ben capito se questo concerto dovesse essere di Doherty solista o con i Puta Madres, la sua nuova band, ovviamente si rincorrono già voci di ogni tipo, ma visto che non c’è nulla di confermato ufficialmente non stiamo qui a perdere tempo con spifferi e gossip, anche perché parliamoci chiaro, il disco dei Puta Madres era carino, però niente di indimenticabile o essenziale, la gente qui vuole solo Pete. E Pete avrà, ma anche questo non è mai da dare per scontato. Prima del piatto forte ci sono tre gruppi di apertura, White Def e Red Bricks Foundation risultano frizzanti ed aggressivi, specialmente i secondi, galvanizzati dall’esperienza ad X-Factor, peccano tuttavia un po’ in originalità, tendendo spesso a ricordare un po’ troppo rispettivamente i Libertines e gli Arctic Monkeys. Va meglio Vanbasten che, oltre a questo nome d’arte che calcisticamente rievoca magia, propone con grande personalità un’interessante ibrido new wave – pop – cantautorale, che trova nel pubblico una risposta tutt’altro che indifferente, anzi, decisamente convincente. Ne sentiremo parlare. I tempi sono maturi, pure troppo, tra le tante band di supporto, i ritardi, ecc. si è fatto un po’ tardi, ma è venerdì e quando l’eroe di Albion compare sul palco con la maglia della nazionale italiana dei mondiali del ’90, il pubblico esplode. Gli ingredienti sono Pete, una chitarra acustica, un microfono ed i cuori dei presenti, che le cantano tutte o poco ci manca, tra hit e chicche di tutti i repertori che hanno visto coinvolto il cantautore inglese, dai Libertines ai Babyshambles, passando per i brani da solista e qualche cover, come il grande classico di Wolfman “For Lovers”. A nessuno importa di eventuali stecche, cali di voce, è tutto piuttosto ininfluente in questo clima da falò sulla spiaggia, tutti insieme al proprio idolo che ad un certo punto, dopo un’ora di concerto, si prende 5/10 minuti di pausa e poi quando torna sul palco va in modalità “on demand” chiedendo ai fan nelle prime file quali canzoni desiderino ascoltare e sforna altri 40 minuti di concerto. Un’esperienza intima, a suo modo unica, come sempre, nessuna è mai uguale ad un’altra, nulla appartiene ad uno standard, non esistono cliché, perché Pete Doherty è un artigiano che fa sembrare tutti gli altri musicisti degli impiegati.

Niccolò Matteucci

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