Pete Doherty @ XS Live [Roma, 13/Settembre/2012]

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“Ci vai da Pete?” mi chiese un amico verso fine luglio, quando la notizia delle due date consecutive di Doherty a Roma era appena stata diffusa. “Quando vengono certi personaggi non si può mancare, potrebbe sempre essere il loro ultimo concerto”, risposi. Mentivo. Perchè credo che l’artista in questione ci seppellisca tutti, ma anche e soprattutto perchè la decisione di partecipare alla serata non fu presa per il cinismo di vedere un dead man walking, bensì per il particolare affetto che nutro per la sua musica ed i suoi testi, un affetto tale da farmi accettare di sorbirmi il suo pubblico, quello che ha portato un artista di livello ad essere tranciato nei giudizi dei più. Arrivo puntualmente in ritardo all’XS, novità di stagione tra i live club romani, dopo aver attraversato una via Libetta così deserta da farmi pensare di aver sbagliato giorno e così travolta da un inconsueto quanto improvviso vento di burrasca da farmi pensare di avere sbagliato città. La location è intima, il pubblico stimato in circa 300 unità che quasi bastano per riempire interamente la sala. Sarei dovuto arrivare prima, ma con un pizzico di esperienza riesco comunque ad inserirmi tra la folla in attesa fino ad arrivare a mezzo metro dal palco qualche minuto prima che il live inizi, collocandomi esattamente tra i fotografi con le loro reflex dotate di obiettivi lunghi come kalashnikov e le ragazzine adoranti con le rose in mano. Le suddette categorie riducono in pochi attimi il mio spazio vitale a quello di un passeggero di una metropolitana romana in un giorno di sciopero parziale nell’ora di punta, facendomi maledire questo mio vezzo di voler assistere ai concerti tanto vicino agli artisti, neanche avessi rose da donare o fotografie da portarmi a casa.

Mentre sono nella folla ed attendo l’inizio dello show ho il tempo di pensare che chissà, forse stavolta riuscirò finalmente ad ascoltare ‘Time for heroes’, una delle mie canzoni preferite puntualmente posta fuori scaletta da questo losco individuo e gran poeta nei suoi live ai quali mi è capitato di assistere in passato. Peter, dopo essersi fatto attendere fino alle 23:30, sale sul palco barcollando così vistosamente da sembrare uno messo male, o un bravo attore, come il film francese “Confession d’un enfant du siecle”, che lo ha visto nel ruolo di protagonista proprio nel corso di quest’anno solare farebbe presagire. Si presenta in acustico stasera, affiancato da una pianista deliziosa tanto nell’accompagnamento musicale quanto nell’aspetto. Oltre ai due, sul lato sinistro del palco di taglia XS, come il nome del locale suggerisce, troviamo accomodate su delle banalissime sedie due ballerine, che verranno chiamate in causa soltanto durante le esecuzioni di ‘Albion’ e ‘Last of the English roses’, ed accanto a loro due gaglioffi dell’entourage di Pete che rimarranno seduti tutto il tempo in un angolo, facendosi fuori pi˘ di mezza bottiglia di rum e parlottando tra loro come se fossero al pub. “Did you see the stylish kids in the riot?” è la prima frase intonata dal nostro pochi secondi dopo aver messo piede sul palco, segno che la canzone che tanto attendevo è arrivata in maniera del tutto inconsueta, proprio in apertura di setlist. Il pubblico è caldo fin da subito, non letteralmente però, in quanto l’impianto di areazione dell’XS fa al meglio il suo dovere evitandoci saune e bagni turchi tipici di location ben più blasonate. Proprio i presenti saranno croce e delizia, apportando un grande entusiasmo, ma anche rovinando momenti intensi. Come? beh, urlando con invidiabile continuità “I love you Pete!” (abbiamo sentito una ragazza fare questo lavoro per mezza ‘Lost art of murder’), iniziando a cantare ‘Albion’ in anticipo di una strofa provocando lo scoramento del cantante, o ancora – e qui siamo al triviale – ripetendo a gran voce dei “Daje Peteeee” senza alcun senso logico proprio mentre le liriche di ‘Back from the dead’, eseguita con grande trasporto, si intrecciavano tra amore e morte. Pete ad ogni modo non si sottrae al calore del pubblico nè si nega all’interazione parlando di calcio, accettando tutte le sigarette (ma anche il drum, segno dei tempi…) che gli vengono offerte dagli avventori delle prime file, nonchè lettere, rose e persino una bandiera della Roma che si pone sulle spalle come fosse un mantello, restando in questa mise per l’intera durata di ‘Sheepskin Teraway’, pezzo peraltro eseguito magistralmente.

Nel corso di alcuni brani particolarmente sentiti come ‘For lovers’, ‘Music when the lights go out’ e ‘Carry on up the morning’ il coinvolgimento del cantautore è tale che a tratti sembra che si dimentichi di essere davanti ad una platea, facendo così sentire lo spettatore come qualcuno che spia dal buco della serratura un ragazzo che suona nella sua cameretta mentre, con la testa tra le nuvole oppure seguendo un suo particolare percorso mentale, tronca di netto il finale di un brano o ne accorpa due preso dalla foga di non voler perdere il momento propizio, quello in cui gli accordi si susseguono senza la minima imperfezione. La prova del discreto feeling acquisito dal cantautore con la nostra nazione, frequentata in lungo e in largo nell’ultimo anno, si ha durante l’esecuzione di ‘Albion’, quando invece di sciorinare nomi di città inglesi minori, come accade nella versione studio del brano, lo sentiamo nominare Genova, Verona, Firenze e Roma con una pronuncia che è tutta un programma. Sa come farsi volere bene lo stylish kid, cardigan indossato sopra a canotta bianca e bretelle, anche se il pubblico dà l’impressione di accettarlo a scatola chiusa, senza valutare troppo la sua performance che comunque risulterà tendente all’impeccabile. Ascoltare ‘What Katie did’ sorprende un po’, non dovrebbe essere cosÏ facile cantare di un lungo amore finito da tempo e nonostante ciò ancora sulla bocca di tutti, ma una concessione ai fan che lo hanno conosciuto tramite i servizi di Studio Aperto non poteva certo mancare. Degna di menzione è anche la libertinesiana ‘Can’t stand me now’, forse il momento più coinvolgente dell’intera esibizione, quello dove più si è avvertito il senso di “comunione” tra l’artista e la piccola folla accorsa ad ascoltarlo, o forse sarebbe meglio dire “a cantare con lui”. La scaletta canonica si chiude con ‘Fuck Forever’, repertorio Babyshambles, stesso brano con il quale l’artista salutò gli spettatori romani al termine del live all’Atlantico nel febbraio di quest’anno. L’encore, non proprio la specialità della casa, arriva portando con sè ‘Don’t look back into the sun’, storica hit dell’era Libertines, e ‘Twist and shout’, una cover degli Isley Brothers (anche se portata al successo dai Beatles) che spesso e volentieri il nostro ha infilato in scaletta per salutare il pubblico in allegria. Nel complesso parliamo di una serata gradevole in compagnia di un artista che non dà alle stampe nuovo materiale da ben 3 anni e mezzo, ma mantiene una verve da palcoscenico, una voce, un repertorio ed un numero di fan tali da far passare in secondo piano questa sua presunta crisi creativa (o di volontà?) permettendogli di riempire un locale, anche se di certo non un palazzetto, per ben due serate di fila.

Andrea Lucarini

7 COMMENTS

  1. …e sei stato fortunato che ci sei andato il venerdì, perchè sabato c’era anche la band di fascistelli come spalla…comunque Pete ancora se la cava secondo me, pensavo molto peggio.

  2. Concordo con te Enrico, non pensavo andasse così bene. Però i Mostri non sono fascistelli, anzi… non sempre l’abito fa il monaco.

  3. Non saranno fascistelli, ma fanno comunque pena: è assurdo che si faccia suonare certa gente con le band interessanti che potrebbero esserci in giro!

  4. ok Andrea, non saranno fascistelli, allora dovrebbero fare qualcosa di serio a livello di immagine.

  5. Gran bell’articolo.
    Condivido con te soprattutto l’odio per il tizio che urlava “DAJE PETEEEE ” nei momenti meno opportuni, anche perché il tipo in questione era accanto a me.
    ps: “What Katie did ” non l’ha scritta per Kate Moss.

  6. È la cosa che più mi piace quella di permettere di ricordare a chi c’era certi dettagli, piacevoli o spiacevoli che siano. Eh già, su What Katie Did ho preso un granchio, fuori stagione peraltro.

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