Pete And The Pirates @ Circolo degli Artisti [Roma, 5/Novembre/2008]

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Serata fiacca al Circolo. Almeno in apparenza. Quando salgono sul palco i Papel, primo dei due gruppi spalla, si fatica a credere che la sala possa riempirsi più di così. Carini questi Papel. Col violino che completa la formazione. Peccato solo che cantino in inglese: li banalizza. E soffrono di una brutta timidezza da palco. Certi fraseggi offerti dall’archetto sembrano uscire da ‘Desire’, però. Quello con Dylan mezzosorridente, in pelliccia e cappello a tese larghe. Ma i quattro non riescono a bucare. Cambio di scena per i Matinèe. Ex-tribute band dei Franz Ferdinand, nerovestiti, aggressivi, più convinti che convincenti ma con buone carte da giocare. Il cantante mi appare come una strana visione: magnetico incrocio fra l’ultimo Joker più dark e la mole di Demetrio Stratos, labbroni cotonati e contratti alla Steven Tyler, non riesco a levargli gli occhi di dosso. Non pensate male, avete capito. Quello che propongono è una strana alchimia di art rock alla FF e hard rock più malevolo e bombato. Ricercano un po’ l’anthem da stadio, la soluzione mainstream, i cori facilitati e le pose da rocker, ma va detto, lo fanno con molta classe. Il singolo ‘If You’re Gone’ è uno dei pochi brani che non convince, ma in generale se la cavano. Parecchio sopra le righe, complice un batterista che ha del fenomenale. Non mi dispiacerebbe vederli su MTV. A predicare sovversione dall’interno. Forse certi gruppi ci sono tagliati. Ma è ora di Pete And The Pirates. I pirati di Reading portano in tour il loro esordio, ‘Little Death’, uscito a Febbraio per la Stolen Recordings. Al confronto con la stazza di poco prima, appaiono minuti, stretti, quasi inconsistenti. Serata delle somiglianze: uno dei due chitarristi è una goccia d’acqua con Eric Clapton. Il secondo è una zappa senza paragoni. Senza tanti preamboli bruciano ‘Knots’, affrettata, suonata malino. La batteria scaciata e leggermente fuori tempo. Tecnicamente, tutto il concerto si manterrà su un target appena decente. Da aperto cazzeggio in sala prove. Le canzoni semplici, arrangiate alla bell’e meglio. Ma PATP sono tante marionette. Alle volte si muovono come attori. Tommy Sanders è intonato, canta cogli occhi per aria come si trattasse di bianco natale. Gesticola col dito. Il bassista sorseggia stranito una lattina di coca. Tutti e cinque danno l’impressione di una scolaresca in uscita speciale. O meglio, della sgangherata ciurma di marmocchi di ‘Hook’ – ma certo il riferimento al nome ci dev’essere. Mi viene l’idea bizzarra che ci stiano prendendo tutti per il culo. Perché, seppure a singhiozzo, la grinta sanno come tirarla fuori. Con ‘Mr. Understanding’ e ‘Come On Feet’ fanno muovere la platea. Quando arriva ‘She Doesn’t Belong To Me’ (prima parlavo di Dylan, vi dice niente?) ci fanno quasi commuovere. E con molta umiltà fanno capire a chi ascolta che vanno presi per quello che sono. Con tutti i limiti del caso. Ma non voglio essere troppo di parte. Ché si sa, fra di noi con le spalle strette, ci si capisce al volo.

Filippo Bizzaglia

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