Pet Shop Boys @ Auditorium [Roma, 25/Giugno/2015]

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Il classico incontro in un negozio di strumenti. Macchinari elettronici. Diavolerie piene di tasti ed effetti. Siamo a Londra non a Sheffield. Siamo a Kings Road non al 16 di Mintropstrasse a Düsseldorf. Siamo a Chelsea non nella celebre Whitworth Street di Manchester. Ma il 27enne Neil Francis Tennant e il 22enne Christopher Lowe hanno le idee molto chiare. Vendere oltre 50 milioni di dischi, diventare “la musica di maggior successo” nella chart dance americana dopo intoccabili icone che rispondono al nome di Madonna e Donna Summer, essere etichettati come “maestri”. Eppure in quegli anni, gli anni ’80, nell’Italia con vista sul mondo deviata/travisata i Pet Shop Boys sono considerati “plastica”, roba da cui rimanere alla larga. A quindici anni avere ‘Please’ tra i dischi degli Iron Maiden, dei Journey, di Bruce Springsteen e degli Smiths era peccato. Ma io che portavo la cravatta azzurra su quella camicia Levis blu profondo, le Adidas Los Angeles e il piumino Ciesse, peccavo a testa alta. Ho salutato frettolosamente i londinesi a metà degli anni ’90, li ho recuperati battendo forte il pugno sul petto un decennio dopo, non li ho più lasciati andare. L’essenza del synth/technopop è concentrata in una discografia a cinque stelle sviluppatasi morfologicamente a poco poco come testimoniano gli ultimi sorprendenti album. In attesa del capitolo numero 13 che verrà iniziato a fine 2015, Neil e Chris rendono omaggio all’Italia con un’unica data da consumare nella sempre splendida Cavea dell’Auditorio romano. Arrivo trafelato come un Cocker spaniel dopo una corsa dentro uno stagno, avevo finanche pensato che li avrei mancati minato dai soliti contrattempi che la vita responsabile ti impone, ma non mi sembrava giusto perdere una parte importante della mia adolescenza.

La trasversalità del pubblico presente è il termometro che fa salire il mercurio dell’importanza degli artisti. Inciampo (quasi) maldestramente sul gruppo di fan australiani vestiti meravigliosamente come i loro beniamini nel video di ‘‪Can you forgive her?‬’ (brano che peraltro non sarà in scaletta). La serata parte col piede giusto (appunto). Più di venti pezzi (ben compressi), un gioco straordinario di luci e laser, di visual e mirrorball (apparse e indossate), di danze e giacche argentate, di flash e strette di mano, di piume e costumi, di ‘Opportunities (Let’s Make Lots Of Money)’ e ballerini, di figure mitologiche e ‘I’m Not Scared’, di cappelli in passerella e fumo, di elettronica sintetica e purezza cosmica (‘Fluorescent’ rimane nel cuore), di eleganza e ‘West And Girls’. Uno spettacolo nello spettacolo con il pubblico rapito che tracima (giustamente) nel finale da ricordare con le firme di ‘It’s A Sin’ + ‘Domino Dancing’ + ‘Always on My Mind’. Ma non c’è tregua. ‘Go West’ (che sinceramente ho sempre odiato, forse perchè non uscita dalla genìa della coppia, come del resto ‘Somewhere’ e la già citata cover di Brenda Lee) e una strepitosa ‘Vocal’ (‘Electric’ a conti fatti viene rappresentato quasi al 50%) chiudono definitivamente uno show (SHOW) praticamente impeccabile. Con gusto, stile e senso estetico. Quello che manca, oggi, a gran parte dei pigiatori di tasti e al pubblico che li segue. “Tell me, tell me that your sweet love hasn’t died. Give me, give me one more chance to keep you satisfied, satisfied”.

Emanuele Tamagnini