Pere Ubu @ Monk [Roma, 12/Settembre/2018]

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Partiamo quasi dalla fine. Dopo settanta minuti di performance abrasiva, dispotica e viscerale, un David Thomas in gran forma prende la parola e spiega di essere troppo vecchio e malconcio per uscire dal palco, farsi acclamare dal pubblico e compiere l’inutile farsa dei bis (per tutto il tempo dell’esibizione rimarrà infatti seduto). L’encore quindi è servito di getto. Steve Mehlman seduto dietro la sua batteria urla nel microfono: “Kick out the jams, motherfuckers!!!” e la band piazza un dovuto e poderoso omaggio agli MC5, interpretando il loro brano più famoso con un tiro di quelli che lasciano il segno. Il cuore di tutti noi vecchi e fottutissimi rockers presenti nella sala è servito a dovere. Quindi Gary Siperko introduce con la sua chitarra “Sonic Reducer”, brano che Thomas ha portato in dote dall’esperienza proto punk dei Rocket From The Tombs e conosciuto anche nella versione che ne fecero i sodali Dead Boys nel loro album d’esordio. Il trittico finale si compie con una versione esagerata di “Final Solution”, introdotta dalla citazione di “Smells Like Teen Spirit” (Siperko si fa prendere la mano e continua a suonare il brano dei Nirvana, sbagliando così il momento previsto del cambio e subendo il disappunto evidente di Thomas). La versione eseguita esalta il basso marziale e profondo del redivivo Tony Maimone e le atmosfere scaturite dal theremin e dagli effetti sintetici di Robert Wheeler. Finisce così dopo quasi novanta minuti. Thomas si alza aiutato dal Darryl Boon, che mette da parte il suo clarinetto e i suoi loop e con la consueta aplomb porge il braccio al suo mentore. Il frontman si appoggia anche sulla stampella ed esce dal palco, dando le spalle al pubblico e quasi senza salutare. Personaggio spigoloso Thomas. Un carattere difficile segnato dall’età che avanza inesorabile e dai trascorsi burrascosi. Occhiali, barba incolta, un basco rosso quasi fantozziano, giacchetto di pelle, jeans e camicia; si trastulla fumando sigarette e brandendo una bottiglia di vino rosso da cui sorseggia avidamente. Canta con gli occhi semichiusi e con una voce unica, stridula e graffiante, catalizzando tutto ciò che ha intorno con un carisma incredibile. Dirige la band con severità, non mancando di sottolineare le sbavature con evidenti smorfie di disapprovazione e parole al vetriolo. Ne sa qualcosa Siperko, che per un problema ad una corda di fatto non suona in ben due brani, prendendosi pubblicamente gli strali del leader, che poi allarga il discorso abbracciando tutta la categoria dei chitarristi. Anche Mehlman è costretto a fermare la giostra dopo aver sfondato il rullante, ma questo inconveniente viene risolto rapidamente ed affrontato con ironia dal batterista, che tiene testa all’invettiva del cantante. Il resto è un campionario di tutto il linguaggio che ha caratterizzato le gesta della band: new wave, punk, impro noise, blues e psichedelia, infarciti dallo spirito visionario dei testi e della voce Thomas. Tra gli altri brani proposti spiccano “Worlds In Collision”, “We Have The Technology”, “Street Waves”, “Love, Love, Love” e “Over My Head”, ma questi sono solo particolari a margine di una dovuta celebrazione alla storia di una band seminale. “The Modern Dance” ha compiuto quarant’anni e quello spirito aleggia ancora intatto tra noi, dopo aver guidato una carriera artistica vissuta intensamente. Questo il motivo per cui si è formata una buona cornice di pubblico, pur essendo al chiuso a metà settembre. La performance del sestetto statunitense non è stata perfetta, è iniziata alle 22:00 con estrema puntualità, tale da non preoccuparsi persino della lunga fila intenta a svolgere le pratiche d’ingresso. Potrebbe sembrare eccessivo, ma Thomas è così, prendere o lasciare. Fa sorridere infine vederlo dimesso all’esterno della venue, mentre firma svogliatamente autografi ad uno sparuto gruppo di composti temerari. Gigante!

Cristiano Cervoni

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