Pere Ubu + Mick Harvey @ Circolo degli Artisti [Roma, 15/Maggio/2007]

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Mentre mi aggiro per il Circolo degli Artisti in impaziente attesa del concerto dei miei beniamini dell’Ohio, mi imbatto nell’angolo del merchandising del gruppo, presidiato dal biondo batterista Steve Mehlman e da Robert Wheeler (che per tutto il concerto suonerà soltanto uno strano theremin fatto in casa, costituito da due antenne parallele con appoggiate trasversalmente due lamine triangolari, a causa della British Airways che ha smarrito il suo synth durante il viaggio). Nessuno sembra cacarseli. Dopo un po’ però arriva il mastodontico David Thomas, bevendo del vino rosso da un bicchiere di carta, si piazza dietro il banco e fa il sold out firmando CD e stringendo la mano agli acquirenti in maniera molto affabile: un genio del marketing oltre che della musica.

Pochi minuti e il concerto dei Pere Ubu inizia. Il locale è pieno nonostante il prezzo non proprio popolare, e tra il pubblico ci sono anche molte facce note tra cui l’ormai celeberrimo Aguirre, Max Gazzè (ecco spiegata la mia simpatia per lui), il batterista degli Zu, giornalisti di riviste musicali e diversi componenti di gruppi romani. Sul palco, oltre ai tre sopracitati, ci sono il chitarrista Keith Molinè (con Thomas anche nel progetto Two Pale Boys) e la bassista Michele Temple (sosia della mamma di Slot nel film “The Goonies”). David Thomas è così l’unico membro superstite dalla formazione degli esordi, per cui è facile prevedere un set incentrato sugli ultimi lavori (soprattutto l’ultimo ‘Why I Hate Women’), anche per via della teatralità (più psicologica che scenica) e della concettualità che accompagna ogni singolo lavoro del gruppo. Ci si accorge subito della superiorità artistica di Thomas alla prima nota: sia che canti al microfono o con filtri alla cornetta del telefono, la sua voce è ancora pazzesca e la sua flessibilità (dalla parodia del crooning sui pezzi più sinistri a stridule urla psicotiche sui pezzi in stampo punk) è impressionante. Ogni tanto beve dalla sua boccettina del whisky o da una bottiglia di birra; tra una canzone e l’altra ci delizia con grottechi scioglilingua, durante le trance strumentali si inferocisce come un gorilla a cui è stata rubata la banana. Incute timore e ansia, d’altronde è questo il suo scopo, descrivere e trasmettere, amplificandola, la tragica alienazione umana nell’era industriale. Come avevo previsto il set è incentrato soprattutto sugli ultimi lavori (divertente la presentazione di ‘Flames Over Nebraska’ in cui inscena un immaginario siparietto con Elvis Presley, ipotetico autore della canzone), ma la tensione che si crea è identica a quella prodotta dall’ascolto di capolavori come il primo album ‘Modern Dance’. E proprio il boogie schizofrenico della title track di quest’album è l’unico pezzo del repertorio degli anni ’70 eseguito nella prima parte del concerto. Ma al momento del bis ecco che i nostri ritornano sul palco e attaccano uno dopo l’altro due tra i pezzi più belli e famosi del loro campionario: l’apocalittica e corale ‘Final Soultion’, singolo degli esordi, e ‘Street Waves’, altro scatenato rock’n’roll da ‘Modern Dance’, in cui David Thomas siede pensieroso durante l’apparente calma strumentale, per poi scattare in piedi per cantare l’ultima strofa con la foga e la disperazione che ho sempre immaginato ascoltando il brano nella versione da studio.

Il loro concerto a questo punto finisce e a Mick Harvey tocca l’ingrato compito di subentrare sul palco al posto del gruppo di Cleveland. Comincia bene il membro dei Bad Seeds (ma prima ancora dei grandi Birthday Party) con un convincente pezzo folk in stile Stan Ridgway, ma mano a mano che il concerto va avanti inizia ad annoiare, diventando monotono. Sembra di ascoltare solo variazioni sul tema di ‘House Of The Rising Sun’ degli Animals. Solo a sprazzi ci sono momenti che risollevano l’attenzione. Il sound è buono in puro stile Bad Seeds (c’è anche Thomas Wydler alla batteria), ma le canzoni che Harvey ha deciso di coverizzare (tra cui ‘Demon Alcohol’, ‘Louise’ e ‘Slow-Motion-Movie-Star’ scartata dalla PJ sua omonima) purtroppo non reggono minimamente il confronto con il concerto terminato poco prima e dal quale Mick è stato fortemente penalizzato. In fondo lui è un gregario, di classe, ma pur sempre un gregario. Un po’ come soldatino Di Livio che non segnava quasi mai ma prendeva costantemente in pagella 6,5 o 7 perchè “svolgeva diligentemente il suo compitino sulla fascia”. Per fortuna il brio della conclusiva ‘Out Of Time Man’ dei Mano Negra mi risolleva un po’ il morale, quel poco che basta da non farmi rimpiangere di non essermene andato via subito dopo il concerto dei Pere Ubu.

Daniele Gherardi

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