Pearl Jam @ Stadio Olimpico [Roma, 26/Giugno/2018]

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Silvia Testa si trova qui, presso Stadio Olimpico Roma. Silvia Testa dichiara di stare bene dopo la transumanza al concerto dei Pearl Jam. Silvia Testa non ha ancora ben capito se tutto questo ha un senso. Anche se questa sera un senso non ce l’ha. Perchè assistere ad un concerto (qualsiasi concerto) in uno stadio deputato al gioco del calcio è pura follia. Me lo ripeto da anni eppure eccomi qua. A (intra)vedere i musicisti come miniature da collezionismo, a sgranare gli occhi davanti al maxi/mega schermo, ad ascoltare le note come fossi dall’altra parte della città, dopo aver pascolato in branco verso i cancelli dell’Olimpico, dopo aver sniffato i soliti odori sgradevoli di piastra mai detersa, di sudore settimanale, dopo aver visto una passerella di magliette dal gusto bifolco, qualche bandana che rimanda ai peggiori arena-heroes degli ultimi decenni, dopo aver sopportato logorroici vicini di posto, chiari habitué dello stadio per destinazione, cimentarsi in abbrutenti disquisizioni calcistiche su giocatori venduti/acquistati dalla propria squadra del cuore. E come se non bastasse, a tale sofferenza si aggiunge il gol di Messi contro dei verdi africani visto in 130 angolazioni diverse. Vivere non basta più, bisogna sopravvivere. E anche se sei ancora una piacente ragazza over 40, è il pelo sullo stomaco che serve in questi casi. Lo so cosa state pensando. Che uno show in uno stadio significa essere dentro l’evento. Assorbire l’atmosfera dell’evento. La gente, la folla, quel rumore, il frastuono, le grida, le magliette non ufficiali brutte come quelle ufficiali, l’attesa, la sera, il colore della sera, questa benedetta città. Condivido. Ma per chi, come la sottoscritta, ha vissuto appieno il periodo di Seattle, il cammino artistico dei Pearl Jam, e soprattutto per chi come me non si è fermata solo ai Pearl Jam, in un catino come questo è impossibile comprendere tutto il resto, farsi travolgere dalle emozioni più profonde, più sincere. Solo una grande ossessione. Il fan più incallito, più devoto, più compulsivo è anche un fan megalomane. Che ha bisogno di spazi enormi per sfogare e manifestare il proprio amore. Per testimoniare a tutti che lui c’è. Come Dio sotto i cavalcavia. Il fan più incallito non è un appassionato di musica. E appassionato solo della sua band del cuore. Che seguirebbe anche in uno showcase sulla punta dell’Everest o sull’atollo più sperduto del Pacifico. Il fan più devoto è niente altro che un tifoso. Che dunque si trova a proprio agio in uno stadio. Reputando intoccabile la fede che lo lega ai beniamini venerati. Ecco, a me l’intangibilità riferita alla musica fa venire il voltastomaco.

E poi ci sono i Pearl Jam. Dopo circa ventidue anni di ritorno nell’amata Roma. Accompagnati per questa ultima data da un oceano di inchiostro di ignoranza mediatica e orrori giornalistici. Se seguite queste pagine e più precisamente l’imperdibile rubrica del lunedì – Up & Down – sapete già cosa è stato scritto sulla testa di Eddie Vedder e compagni. I problemi di voce si sono trasformati in gossip reale, così come le posizioni e i giubbotti anti-Trump, i momenti romantici, le dediche, i siparietti in italiano a ricordare i tempi andati. I Pearl Jam dentro uno stadio diventano letteratura simile se non uguale a quella dedicata a Vasco Rossi, a Bruce Springsteen, agli U2, agli ex membri dei Pink Floyd. Ma per chi, come la sottoscritta, ha vissuto appieno il periodo di Seattle tutto questo è insostenibile. E poi certo ci sono i Pearl Jam che già dopo il seminale ‘Ten’ si erano inevitabilmente tramutati in una band “classica”. Della tradizione. E che a distanza di quasi 30 anni (manca poco) hanno mantenuto quello status. Dimostrandosi magnificamente integri (e chi se ne fotte della voce di Eddie), splendidamente in grado di raccontare ancora un universo, una storia. Con la virilità e la veemenza che solo i grandi riescono a sprigionare. Non è una questione di età ma di stirpe. Di razza. Oltre venti brani prima dell’encore numero 1. Tra concessioni a Stone GossardMike McCready (giganti), tracce intramontabili accompagnate quasi tutte dall’urlo e dal coro della gente, cover (in questo segmento tre) purtroppo ancora Pink Floyd (‘Interstellar Overdrive’), ‘Again Today’ della cantautrice Brandi Carlile pescata dal disco benefico ‘Cover Stories’ che ha visto protagonisti anche i Pearl Jam a rileggere pezzi del disco ‘The Story’ del 2007, e una vulcanica ‘Eruption’ made in Van Halen. Parlavo poco sopra di emozioni profonde, a ripensarci forse l’intensità di ‘Given To Fly’ e della seguente ‘Even Flow’ qualcosa mi ha lasciato, così come ‘Porch’ (a cui sono legata tantissimo) che chiude la prima parte.

Li ritroviamo seduti. Decompressione acustica. Con la sua ‘Sleeping By Myself’, Vedder ci fa sentire bene, dimentico allora tutto quello che ho intorno, “Oh, I believe in love and disaster” mi sembra perfetto da tenere in testa. ‘Just Breathe’ prosegue nell’intento. “Non dobbiamo arrenderci mai”, legge Eddie su uno dei soliti fogli di carta che lo aiutano con l’italiano, prima di intonare ‘Imagine’ che traina gli ormai noti hashtag #apriteiporti #saveisnotacrime. ‘Daughter’ è poco più di un karaoke generale e per fortuna che i cari ragazzi hanno l’intelligenza di farla seguire a ‘Black Diamond’ dei Kiss più belli. Aperta vocalmente da Mike McCready e proseguita da Matt Cameron che poco prima si era preparato sorseggiando del succo di frutta (almeno così è sembrato dal colore). Personalmente uno dei momenti più alti dell’intera esibizione. Fase altalenante. Non digerisco ‘Jeremy’ e zoppica ‘Better Man’. Siamo all’encore numero due che si apre con la trita e ritrita confezione di ‘Comfortably Numb’. Roba da stadio, per lo stadio. Per quei fan appunto. ‘Black’ prosegue il greatest hits e ci avvia verso il gran finale. Elettricità e coinvolgimento totale su ‘Alive’ con Vedder che saluta e salta verso la folla, direttamente sulla strada che porta alla cover delle cover. Neil Young è servito. Roma è servita. E vissero tutti felici e contenti. Aspettando che un’altra Seattle arrivi. Presto.

Silvia Testa

Foto Andrea Silvestri