Peaches @ Circolo degli Artisti [Roma, 4/Settembre/2009]

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Sboccata, kitsch, sopravvalutata. Oppure provocatoria, irriverente ed eclettica. Merrill Beth Nisker o la odi o la ami. Mentre c’è chi continua a detestarne la produzione (compreso l’ultimo ‘I Feel Cream’, XL Recordings/Self, 2009), le performance ed il personaggio, la regina dell’electroclash seguita a “sbattersene il cazzo”. E riapre la stagione dei concerti indoor capitolini mandando in estasi il suo pubblico “trasversale”. Del resto, la (ex) maestrina elementare di musica e teatro ha ben chiara la sua missione: “I sing to bring release. And for people to get laid”, illustrava compitamente qualche anno fa al The Guardian.

Da Josh Homme a Beth Ditto, da Gonzales ad Iggy Pop, passando per Feist e Karen O, le collaborazioni sono notoriamente tra i vizi (e le virtù) di Peaches. E il suo quarto album non è, ovviamente, da meno. Dietro i nomi di Soulwax, Simian Mobile Disco, Drums Of Death, Digitalism e Shapemod si intravede un nuovo (per ora) volto della quarantadueenne (ebbene si) di Toronto. Più maturo, dicono. Forse meno rude e meno punk. Sicuramente più orientato al dancefloor e più raffinato, nella cura dei suoni e nelle variazioni della voce. Etero, gay, (pseudo) coatti, curiosi, immancabili nerd. Il pubblico è un pastone di individui. Qualcuno volutamente abbarbicato (!) addosso al muro, qualcun altro irreversibilmente schiacciato (e sudato) sullo stesso. Qualcuno convinto di essere sulla pista del Goa, qualcun altro in diligente ascolto da una parte. A metà tra un versione burlesque ed una Justine Frischmann soul-disco anni ’70, lo show di Peaches è il catalizzatore di eccentricità (electro- trash, a tratti) ed ibridazioni counter-popular-culture che t’aspetti. La canadese stavolta (e per fortuna) non è sola sul palco. Accompagnata dalla sbrilluccicante tenuta dei berlinesi Sweet Machine – la biondona fatale Saskia Hahn alla chitarra, Cornelius “Rapp” Conner al basso e Mathias Brendel alla batteria – offrirà uno spettacolo, sì, molto ballabile, eppure – e musicalmente grazie alla band – oltraggiosamente rock. Dagli stage diving più o meno riusciti alle pose vittoriose sulla batteria, dagli assoli della Hahn al rilancio al mittente della bottiglia che le arriva sul palco, Peaches dichiara (implicitamente) che il suo collaboratore preferito è stato Iggy Pop (e ci mancherebbe). E che interpreti un personaggio, ma senza la quarta parete – probabilmente “vero” nella sua cruda trasgressività, eppure astutamente sfuggente per quanto camaleontico – lo suggerisce (anche) il continuo cambio di abiti che caratterizza lo show. C’è il confettoso vestitino rosa delle pose synth-ammiccanti di ‘Trick Or Treat’ ma anche le (finte) muscolosità ostentate sul minimalismo aggressivo di ‘Mud’; c’è una versione ultra-eterea di ‘Lose You’, con la berlinese d’adozione in accappatoio ed asciugamano in testa, e poi subito il ritorno all’ironia trash con due personaggi con vistose parrucche su ‘Talk To Me’, probabilmente uno dei pezzi più riusciti del manifesto Peachesiano. Irrequieto e bizzarro, il pony Peaches è un animale da palcoscenico che sa (da tempo) come divertire il suo pubblico e che, con ‘I Feel Cream’, ha squarciato totalmente il concetto di pop, non solo nel suo significato “di costume”, ma anche in quello più maliziosamente musicale. Simply catchy, direbbero oltremanica.

Forse l’unico rammarico è quello di aver visto il torso nudo di Conner Rapp (imparruccato), al posto di quello assai più asciutto dell’Iguana in ‘Kick It’. Ci ha pensato la maestrina a compensare la mancanza, mostrando il suo culo ed illuminando il suo “bush” in ‘Fuck The Pain Away’. “Peaches’s got many faces: the rock face, the electro face.. which one do you want to hear?” urla al suo popolo sul finale, per scegliere la canzone a richiesta. Il Circolo, se possibile, si fa ancora più caldo. ‘The Teaches of Peaches’ aren’t finished yet.

Chiara Colli

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