Pavement @ Atlantico Live [Roma, 24/Maggio/2010]

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Assistere al giorno d’oggi ad un concerto dei Pavement rappresenta un evento eccezionale. A Roma come in qualsiasi altro lato del pianeta. Infatti, Stephen Malkmus e soci mancavano dalle scene da più di dieci anni, ovvero dal lontano 1999, anno in cui avevano deciso di porre fine al loro valido sodalizio artistico. E chissà se e quando potrà ricapitare di vederli dal vivo! La reunion dei Pavement d’altronde si è tradotta finora esclusivamente in questo lungo tour mondiale di tipo “auto-celebrativo”, e non si hanno ancora notizie certe riguardo alla pubblicazione in futuro di album nuovi. Il clima da festa commemorativa si respira tutto anche all’Atlantico Live. La sala concerti, se così possiamo definirla, è piena zeppa di trentenni che hanno rispolverato fuori dagli armadi le vecchie tenute “indarole” dei bei tempi che furono. Quindi t-shirt dei Sonic Youth, magliette a righine, borse da college-boy o college-girl. Un’atmosfera nostalgica dolce-amara, dove, con la consapevolezza di oggi mi sembra di notare molto di più rispetto a un tempo quanto anche il mondo alternativo degli anni novanta fosse ricco di  tanti-troppi cliché estetici.

Entrando nella sala alle 21.30 vedo gli ultimi scampoli del bizzarro concerto dei Monotonix, apripista della serata. Il palco è vuoto e buio, ma la loro musica esce dalle casse a livelli di volume importanti. Solo dopo qualche secondo scorgo il batterista dimenarsi sul lato sinistro della sala e il cantante a torso nudo e capelli lunghi al vento urlare nel microfono nel mezzo del parterre, confuso con il primo pubblico presente. I ritmi garage-rock grezzissimi e una performance apprezzabile forse solo da chi ha un background da rockettaro incallito. Neanche le 22, l’Atlantico Live pieno per metà, ed entrano in scena loro. Attesissimi. I Pavement. La formazione è quella originaria. Stephen Malkmus sulla sinistra, longilineo e giovane quasi come se gli anni per lui non fossero mai passati. Magliettina di cotone a girocollo come un tempo e l’immancabile chitarra Fender a tracolla. Gli altri membri del gruppo sembrano accusare un po’ di più il passaggio del tempo. Sono tutti un po’ imbolsiti e gli abiti da indie(college)rockers nascondono a fatica i chili di troppo e qualche capello in meno. Ma sono loro, proprio loro, una delle formazioni più influenti della scena indie americano all’Eur di Roma.

Il concerto inizia con un classico, ‘Silent Kid’, tratto dal meraviglioso ‘Crooked Rain, Crooked Rain’, ad avviso del sottoscritto il loro album più significativo. L’acustica dell’Atlantico Live è quella che è. Ma d’altronde i limiti della sala concerti si sapevano già: ritorni di suono continui, basso che entra spesso in risonanza e fischi striduli fastidiosi che dipendono solo in piccola parte dallo stile lo-fi dei Pavement. Il concerto vede alternarsi una hit dopo l’altra, ma d’altronde c’era da aspettarselo che l’intera scaletta avrebbe incluso pressoché tutti i classici della band. Però al contempo c’è anche da dire che i Pavement ripresentano le canzoni così come erano state concepite e suonate negli anni ’90, insomma in pieno stile indie rock di quegli anni. E in questo dimostrano di essere molto onesti, ma anche molto ancorati al loro passato glorioso. Alcune canzoni colpiscono il cuore più di altre e ci mostrano ancora la straordinaria eredità che i Pavement hanno lasciato all’indie rock attuale e più in generale al panorama musicale: ‘Trigger Cut’, ‘In The Mouth Of A Desert’ e ‘Stop Breathing’ commuovono come un tempo. Il pubblico sembra apprezzare e Malkmus e soci si lasciano coinvolgere dal generoso parterre romano. Il buon Stephen in particolare appare particolarmente in forma, dimenandosi come un ossesso e percuotendo le sue chitarre Fender accordate-scordate come fossero strumenti giocattolo. Cantando alla sua maniera, alternando un cantato basso strascicato (à la Lou Reed oserei dire) e un falsetto melodico e stralunato. Il concerto alla fine durerà circa un’ora e mezza con diversi bis concludendosi con ‘Here’, ballata malinconica che Malkmus storpia volutamente trasformandola in ‘Yellow’ dei Coldplay come per dire alla band di Chris Martin “Se non c’eravamo noi col cavolo che nascevate! Plagioni britannici!”. Finito il concerto il fedele pubblico “pavementiano” si disperde lentamente fuori della sala, con il sorriso, pronto a tornare presto a casa per affrontare una lunga giornata lavorativa il giorno seguente (i tempi del liceo e dell’università sono lontani un po’ per tutti).

Michele Toffoli

1 COMMENT

  1. Mah. Io volevo piangere quando Stephane ha sbagliato l’attacco di Shady lane. Anche se avevo già capito sin dalla prima canzone che non c’era nessuna voglia di suonare serio. Aveva un acido in corpo, vero? No, perchè tutti gli altri mi hanno fatta divertire ma almeno suonavano. Cut your hair un colpo al cuore, completamente disfatta. Summer baby e il pezzo dopo almeno un po’ decenti. Acustica orripilante, non c’è che dire. Suoni impastati senza lievitazione naturale. Sob! Doveva essere memorabile ma non lo è stato, arisob.

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