Paul Weller @ Tendastrisce [Roma, 29/Ottobre/2005]

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Se non sapete nulla riguardo Paul Weller qui non troverete conforto. Il consiglio è di cambiare sito. Se invece conoscete a grandi linee la sua storia rimanete pure con la finestra aperta per leggere un racconto di emozioni.

[LUOGO] L’inedita location del nuovo Tendastrisce (pochi metri prima che la Togliatti incroci la Prenestina) è in fase di sistemazione. Attorno un grande centro commerciale ed un moderno hotel che si spinge in altezza danno l’idea dell’avvenuta riqualificazione della zona in questione. L’impianto è assai funzionale. Larghi accessi, bagni capienti, zona ristoro, merchandising e somiglianza dimensionale (anche se un pochino più corto) con il Palacisalfa. In terra parquet, qualche tribunetta fronte palco ed un’ottima acustica direzionale.

[LA GENTE] Il lato positivo dei “grandi” concerti è la puntualità a discapito del prezzo vicino all’expensive. Ma il lato che fa riflettere è la composizione dell’audience pervenuta. 80% di over 35, in linea ovviamente con Paul classe ’58, affermati liberi professionisti con compagna al seguito di estrazione medio-alta abbigliati come il dogma dei quartieri alti impone. Entrano con ceste di pop-corn al seguito, sgranano gli occhi e si disperano se non trovano un posto a sedere, profumati di nuovo, griffati, cellularizzati oltre modo, brizzolati e ancora abbronzati. Evidentemente abituati al telecomando e alla poltrona, arrivano in sede con l’idea di assistere al numero delle tigri bengalesi narcotizzate seguito da uno show di Michael Bolton o del Biagio nazionale. Coppie vecchie, immobili sulle sedie, che non SI proferiscono parola. I mod con il parka rigorosamente verde se ne contano sulle dita di una mano. Si riconoscono, si scambiano occhiate complici. Quelli del ceto medio trascorrono l’attesa parlando del Banco, del progressive, della nuova PFM… uno strazio che mi permette solerte di cambiare zona di appostamento visivo. Fortunatamente le prime file sotto palco sono composte dai “vivi”.

[PRE WELLER] Non si sa come. Non si sa perchè. Non si sa perchè proprio a noi. Quattro canzoni acustiche sono lasciate a far da apripista firmate dal redivivo Marco Conidi (accompagnato da un chitarrista). Tre dal nuovo album che ci informa essere alla terza ristampa (ma quante copie in origine sono state pressate? 10, 100, 1000?) ed una cover di Fabrizio De Andrè che introduce polemizzando sui network che non passerebbero mai cotanta bellezza. Il pubblico progressivo fermentato/fomentato applaude convinto. Termina con un brano che dice testuale “… mi manchi nei tuoi sandali infradito…”. Non ce lo meritavamo.

[21.30] Mezz’ora dopo le ventuno entra uno dei più grandi artisti pop viventi. Quel “pop” (lo so) è riduttivo. Potremmo dire tranquillamente soul o mod o rock. Il risultato però non cambierebbe di una virgola. Il ragazzo del Surrey è in una forma strepitosa, torna nella capitale dieci anni dopo l’ultima visita. Fisico asciutto, eleganza disarmante, taglio di capelli da far invidia a Liam Gallagher ed una carica elettrica che destabilizza da subito. Con lui ci sono basso, chitarra, batteria e tastiere. La partenza è lanciata, la scaletta differente (vivaddio) da Milano e Nonantola, apertura dedicata al nuovo rigenerante ‘As Is Now’. Il livello sonoro raggiunge i led più alti. Esplodono tutta l’energia che solo i grandi riescono a detonare. Vedere Weller è un piacere ristoratore. E’ caricato a molla, fa l’amore con la sua chitarra come solo Pete Townshend riuscirebbe, scatta ad ogni battito ritmico e in un attimo le quasi 48 primavere vanno a farsi fottere. Poi un omaggio (‘Going Places’) al sottovalutato “Illumination”, il gruppo è una banda di super professionisti – alla batteria Steve White ex Bureau con Mick Talbot che seguirà negli Style Council, al basso Damon Minchella ex Ocean Colour Scene entrambi membri dei Players con lo stesso Talbot – che si concede virtuosisimi, eclettismi e tanta tanta sostanza. Ringrazia ad ogni brano completato con boato aggiunto, fuma un paio di sigarette, è sereno, felice e giulivo. Prima di un’ideale fine di half time ecco ‘Wild Wood’, si siede al piano rimembrando anche l’indimenticabile periodo Style Council, poi una mezz’ora semi-acustica adagiati sui consueti trespoli. Altra emozione di un’atmosfera ormai satura che raggiunge l’acme con ‘Wishing On A Star’. Così si suona solo in paradiso. Lo show riprende la veste elettrizzata per un gran finale dove a sorprendere è ancora una volta la disinvolta verve del protagonista e quella voce calda, profonda, sfavillante nella sua unica bellezza. Il bis è ancor più tellurico: partono le prime note di ‘Shout To The Top’ ed il pubblico assomiglia ad un immenso stuolo di pistoni. Su è giù a zompettare nel motore messo in moto da Weller e soci. Come in una rappresentazione teatrale i musicanti si concedono l’abbraccio finale per assorbire l’ultimo grande applauso. Paul Weller è un pianeta. Un altro pianeta.

Emanuele Tamagnini

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