Paul McCartney @ Tauron Arena [Cracovia 3/Dicembre/2018]

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“Non siamo più ‘Europa dell’est’” mi dice con un certo orgoglio il tassista che dall’aeroporto mi porta verso il centro di Cracovia, sottolineando come il fatto che la conferenza mondiale sui cambiamenti climatici significasse molto in termini di prestigio internazionale per i polacchi. Per non parlare del concerto di Paul McCartney, che viene a suonare per la prima volta a Cracovia. “Hai ragione amico, probabilmente siamo noi stiamo diventando Africa del nord” gli rispondo io con un sorriso che cela malamente l’amarezza, rendendomi conto del fatto che è già il mio secondo viaggio in Polonia, il primo l’ho fatto a ottobre per vedere Jack White a Varsavia e ora sono qui per Macca, visto che né l’uno né l’altro sono passati per l’Italia. Il clima natalizio col mercatino a Rynek Glowny, la piazza principale, rende il clima ancora più godibile e gioviale, senza contare che il clima vero e proprio, nel senso di temperatura, è piuttosto buono per essere a dicembre, “colpa” di un innalzamento improvviso della temperatura di quasi una decina di gradi, ma del resto c’era pure la conferenza, tutto torna.

La Tauron Arena è sold out, neanche a dirlo, il pubblico è composto da persone di qualsiasi età, ci sono una civiltà ed un’educazione veramente invidiabili e con i miei amici, beatlesiani e “McCartneyani” di lungo corso, riusciamo a guadagnarci un’onesta quindicesima fila. Sarà la vicinanza del palco, non posso dire se avrei provato le stesse sensazioni dalla tribuna, ma la cosa che mi colpisce quasi subito è come Macca riesca a creare un clima così “familiare”. In sostanza sembra quasi di essere ospiti a casa sua, come se avesse un salotto gigantesco e ad un certo punto dicesse “va bene ragazzi, allora se vi fa piacere suono qualche pezzo che ne dite?”. Poi in realtà “qualche pezzo” si traduce in due ore e mezza di concerto, che volano, grazie anche al fatto che i brani dal repertorio dei Beatles e non solo sono abbastanza corti e quindi può uscire una scaletta di ben 39 pezzi. Del resto quando ti chiami Paul McCartney “da grandi poteri derivano grandi responsabilità”, come direbbe lo zio di Spiderman ed immagino che debba essere veramente difficile nel suo caso fare le setlist, considerando che comunque ci sarà sempre qualche capolavoro assoluto a restare fuori. In questo ‘Freshen Up’ tour per esempio c’è un’assenza pesantissima: ‘Yesterday’, ma sull’altro piatto della bilancia la quantità e la qualità dei pezzi eseguiti è talmente alta che nonostante tutto penso sia inconcepibile azzardare lamentele. C’è poco da giudicare, c’è molto più da raccontare, in termini emotivi. Voglio citare Nicola, uno dei miei amici con me al concerto, che appena finita ‘Hey Jude’, sapendo che era la mia prima volta ad un concerto di Macca, mi dice “Insomma, che dici? Non male come esperienza trovarsi in mezzo al coro finale di una delle più grandi canzoni di tutti i tempi, suonata e cantata dall’uomo che l’ha scritta. Eh?” Come dargli torto? Trovarsi qui non è una roba casuale, non mi ci hanno mandato, ci sono venuto appositamente, perché amo la musica, che sia vecchia, nuova o immortale. Posso dire di aver sentito qualche stecca con la voce? Sì, è vero. Come è vero che McCartney non abbassa le tonalità delle canzoni neanche se lo ammazzi e personalmente la stima che ho provato per questo dettaglio supera di gran lunga la disamina tecnica sulla qualità del canto. Mica faccio il giudice di X-Factor. Grazie al cielo. Convincono anche i pezzi nuovi dall’ultimo disco ‘Egypt Station’, in particolare ‘Who Cares’ e ‘Fuh You’. Chiaramente le più acclamate sono quelle dei Beatles, l’apertura con ‘Hard day’s night’ mette subito la situazione sul binario giusto, siamo sulle montagne russe, non può mancare neanche ‘Back in the U.S.S.R.’, poi ‘Eleanor Rigby’, ‘Lady Madonna’, ‘From me to you’, ‘Love me do’ e tante altre. Ogni tanto catturo qualche scampolo di conversazione dei miei amici più esperti, che l’hanno visto diverse volte e capisco che, come tutti i grandi artisti che hanno le loro gatte da pelare per scegliere i brani da suonare tra repertori enormi e gloriosi, ci sono degli “slot”, delle alternanze, che ruotano, mentre altri brani invece sono più o meno fissi. Per questo motivo sono particolarmente felice di aver sentito ‘Blackbird’, ma soprattutto “I’ve just seen a face’, essermi immerso nella psichedelia di ‘For the benefit of Mr Kite’ ed essere saltato in aria con ‘Helter Skelter’. Non sono mancati momenti strappalacrime come l’omaggio a George Harrison con ‘Something’ e pure un godibilissimo tributo a Jimi Hendrix con ‘Foxy Lady’ anticipato da una piccola introduzione “I’ve known this great artist in the 60’s. He was a good guy”.

Anche il modo di intrattenersi con il pubblico, con le chiacchiere e le battute tra un pezzo e l’altro, per quanto di rito e sicuramente simili tra uno show e l’altro (non manca la classica gag del provare  goffamente a parlare nella lingua del paese ospitante), sono fatte con uno stile ed una naturalità che non da nemmeno per un secondo la sensazione che ci sia qualcosa di finto o costruito, meno ancora di arroganza o presunzione, nonostante la grandezza del protagonista della serata. Non so come rendere bene quest’impressione, prendiamo Roger Waters ad esempio, lui pure parla col pubblico, scende a dare il cinque a quelli in prima fila e tutto, però ti arriva anche la sua mania di grandezza, te la fa sentire di più la distanza, la grandezza dell’ego. Macca invece no. Paul McCartney ti lascia stupito per la nonchalance con cui scherza e si diverte, come quando si fissa a leggere il cartello di un giapponese in prima fila che aveva scritto “SAIKO!” che significa qualcosa tipo “grandioso” e Macca continuava a ripeterlo a loop, ridendo da solo. La band che lo accompagna è perfetta, neanche a starne a parlare, Macca ha spesso il suo Hofner, ovviamente, poi si concede spesso al piano, alla chitarra (sia acustica che elettrica) e anche al mandolino. Oltre al batterista ed alle due chitarre, c’è pure un’eccellente sezione fiati. E se il fan più “comune” canta, balla e si commuove con i pezzi dei Beatles, quello più “colto” ha di che godere con quelli tratti dal repertorio dei Wings, da ‘Lettin go’ a ‘Let ‘em in’, passando per ‘Let me roll it’, ma anche ‘Nineteen hundred and Eighty-five’, ma soprattutto ‘Band on the run’ ed ovviamente ‘Live and let die’, con tanto di cannonate, fiamme e spettacolo pirotecnico. Forse il pezzo più “chicca” di tutte, nonostante non sia una super-sorpresa, infatti Macca a leggere le sue vecchie scalette la propone piuttosto regolarmente, è ‘In spite of all the danger’ dal repertorio dei Quarrymen, band che formò insieme a John Lennon prima dei Beatles. In definitiva, come detto e col rischio di sembrare retorico e scontato, un concerto di Paul McCartney è un’esperienza che chi ama la musica deve vivere almeno una volta nella vita, per sentirsi in armonia col mondo, con la vita, con la gente che si trova intorno, eccetera. La speranza è che nella parte estiva del tour (che spero abbia luogo), Sir Macca o chi per lui decida di tornare anche in Italia perché, nonostante il nostro apparentemente inesorabile declino culturale dilagante, non ci meritiamo di essere privati di qualcosa di così bello da vivere e perché “Amor vincit omnia”. Teniamoci per mano ed incrociamo le dita.

Niccolò Matteucci

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