Patti Smith @ Villa Ada [Roma, 6/Luglio/2009]

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Patti Smith: un mito vivente. Un pezzo di storia del rock è sbarcato a Roma in quel di Villa Ada per la manifestazione musicale “Roma Incontra il Mondo” che quest’estate ospita tanti artisti e che, personalmente, raggiunge il culmine proprio con l’evento in questione. È stato un concerto diverso, acustico, non il solito concerto rock, ma una dimensione più intima, forse anche più ravvicinata con il pubblico, che ha dato ampio spazio e maggiore rilievo alle sue interpretazioni vocali e gestuali che ai dinamismi musicali.

Accompagnata dallo storico chitarrista Lenny Kaye e dalla figlia Jesse Smith al pianoforte, la sacerdotessa del rock è riuscita a creare un’atmosfera semplice e se vogliamo quasi solenne in alcuni momenti. Inutile dire che Villa Ada era stracolma di gente e, a giudicare dall’infernale e confusa fila alla biglietteria, saranno stati molti i problemi all’entrata del parco. Ad ogni modo, io riesco ad entrare e la situazione all’interno è come immaginavo: moltissime sedie davanti al palco e i posti migliori già accaparrati, nessuna possibilità di appostarsi di lato e quindi urgenza assoluta di trovare una sediola che non sia lontano mille miglia dal palco. Ma non c’era confusione, l’atmosfera di cui parlavo si stava pian piano venendo a creare e anche io ho avvertito la sensazione che il solo ascoltare sarebbe stata un’esperienza unica. Così riesco a prendere un buon posto laterale e abbastanza ravvicinato. Intorno alle 10 e 30 Patti Smith sale sul palco, pronti sul palco ci sono 2 chitarre e un pianoforte. Sale anche Lenny Kaye, i primi pezzi li fanno solo loro due e li dedicano alla memoria di Micheal Jackson. Così attaccano a suonare ‘Beneath The Southern Cross’, i volumi sono bassi, le chitarre strimpellano all’unisono e la gente ascolta in silenzio emozionata. Poi arriva il momento di presentare la figlia Jesse che si apposta al pianoforte ed ecco che partono le prime note di ‘Birdland’, uno dei migliori brani eseguiti in tutta la sera grazie all’interpretazione delirante della Smith: la voce lamentosa, parole veloci, movimenti quasi epilettici in un crescendo coinvolgente che ha lasciato di stucco e che si è concluso con il primo vero applauso da parte di tutti. Pian piano poi si giunge alle canzoni più belle, mentre lei saluta il pubblico, si siede sul palco e invita la gente ad alzarsi se proprio lo vuole, sottolineando il non sottostare a nessuna imposizione formale come questa, perché bisogna rimanere sempre liberi. Splendida e malinconica la reaggeggiante ‘Redondo Beach’ suonata solo con due chitarre e l’organetto. ‘Ghost Dance’, ‘Dancing Barefoot’ e ‘Pissing In A River’ sono interpretate magnificamente: Lenny Kaye ha un’acustica ma si dimena come se avesse una chitarra elettrica tra le mani (questa si che è attitudine rock!). ‘Peaple Have The Power’ nonostante la versione più tranquilla fa cantare tutti i presenti come anche la successiva ‘Because The Night’ che Patti Smith introduce presentandola come canzone italiana. Dopo la pausa di rito rientrano sul palco per suonare ‘Wing’ dediacata all’amico Roberto (in seguito leggerò da qualche parte che il riferimento è a Roberto Saviano il quale onorato l’ha paragonata alla Monna Lisa). Il brano che chiude il concerto, come molti si aspettavano è stato ‘Gloria’, cha ha concluso magnificamente l’esibizione. Di ritorno in auto verso casa, ho avuto la consapevolezza di un accrescimento culturale, non è stato il solito concerto che può colpire per altri aspetti, è stato come assistere ad una performance artistica. D’altronde Patti Smith è una poetessa, fa arte, ed ha fatto la storia della musica. Un unico rimpianto: non aver conosciuto prima il significato dei testi di alcuni brani eseguiti durante la serata, ma il fatto che mi abbiano ugualmente emozionato dimostra come sia diretta e speciale la sua musica.

Marco Casciani

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