Parquet Courts @ Monk [Roma, 17/Settembre/2015]

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In una Roma nuovamente avvolta da un’ondata di caldo, la strada che porta al Monk è colma di speranza di assistere a un concerto senza fare una sauna. Questo servizio accessorio non richiesto è stato spesso incluso nel prezzo del biglietto, durante live al chiuso nel corso dei quali ci si scatenava, e in questo caso lo accettiamo, ma anche in quelli in cui si stava fermi al proprio posto e si tornava comunque a casa con la schiena zuppa e la fronte umida. Fortunatamente, dopo aver varcato la soglia di questo locale polivalente, ma con l’area concerti soltanto al chiuso, la prima cosa che notiamo è una fresca botta di aria condizionata che ci fa svolazzare i capelli. Possiamo tirare un sospiro di sollievo: stasera potremo concentrarci solo sulla musica. Con noi c’è il compagno di scorribande, recensioni nerdsiche, trasferte musicali e invasioni di palco, con il quale entriamo nella sala dedicata ai live quando i quattro membri della band newyorkese hanno appena iniziato a suonare. Sono le 23:15 e l’orario d’inizio è quantomeno anomalo un concerto di giovedì sera, visto che il venerdì è un giorno lavorativo, o scolastico, per tutti o quasi. Come risultato, guardandoci intorno, troviamo la sala a metà, a voler essere generosi, ed in gran parte riempita dalle solite facce. Addetti ai lavori, irriducibili appassionati, maniaci di vario genere e a vario titolo, questa la composizione del pubblico. Anche molte ragazze, rispetto agli standard, e mettiamo subito a freno il pensiero sessista secondo il quale le rappresentanti del gentil sesso sono in maggioranza solo quando i musicisti sono dei fighi: i Parquet Courts sono brutti, tutti e quattro, quindi questa prevalenza femminile è unicamente giustificata dall’apprezzamento per la loro musica, o da pessimi gusti in fatto di uomini. Facile dare un netto giudizio estetico, meno spiegare la loro musica, quella di una band della quale ogni canzone, se fosse una frase, avrebbe punti esclamativi e interrogativi. Sembrano fare su e giù da una scala e solo a tratti riescono a toccare il gradino più alto, con le loro note. Precipitano, poi tornano su, si fermano. Tutto nel corso di un brano. Una band strana, con i punti esclamativi del loro live sottolineati dall’esclamazione “Ter Stegen”  del nostro sodale, in onore al coprotagonista calcistico della settimana, che ha preso il posto della blasfemia del concerto dei Metz di qualche giorno prima. I Parquet Courts sono in quattro sul palco, con Andrew Savage e Austin Brown, posizionati agli estremi del palco, a occuparsi di voce (nota dolente della serata) e chitarra, mentre il centro del proscenio è riservato al bassista Sean Yeaton, quello che regge meglio il palco dei quattro. Alle sue spalle c’è il batterista, e fratello di Andrew, Max Savage. La band, con origini texane, si è ormai trasferita in pianta stabile a Brooklyn, New York, e ha ottenuto una maggiore visibilità grazie al successo di critica ricevuto negli ultimi due anni, ma anche grazie al passaggio TV di uno dei loro pezzi più orecchiabili, quella ‘Borrowed Time’, suonata nel corso di questa serata, ed inserita in una puntata della terza stagione della serie di successo “New Girl”, con Zooey Deschanel nel ruolo della protagonista. I brani saranno diciotto, senza spazio per l’encore, e spesso si chiuderanno d’improvviso, alla maniera punk, attitudine dalla quale attingono molto, ma non tutto, nelle movenze sul palco così come nelle ispirazioni musicali. Il loro tratto più apprezzabile è l’affiatamento: anni di prove si sentono quando decidono di fermare i loro strumenti e riprendere a suonarli nello stesso secondo, dopo qualche attimo. A tratti sembreranno gli Strokes, in altri casi una garage band. Ci esalteranno e annoieranno, in una scaletta molto varia che passerà dai brani del secondo disco ‘Light Up Gold’ a quello del terzo ‘Sunbathing Animal’, il più conosciuto e apprezzato e non a caso quello che farà la parte del leone per quanto riguarda la quantità di brani proposti, passando per i due EP e chiudendo con i contenuti del quarto LP ‘Content Nausea’, edito a nome Parkay Quarts, giusto per dimostrare una volta di più il loro scarso interesse per le etichette, siano quelle discografiche (ne hanno già cambiate tre nel corso della loro pur breve carriera), quelle musicali (indie rock, post punk revival, garage rock, ma potremmo continuare ancora a lungo) o anche semplicemente il loro moniker. Verso il termine dello show partirà, o meglio qualcuno deciderà di far partire, un pogo rimasto “barzotto” per tutta la durata del live, con molti movimenti sul posto, ma senza che nessuno decidesse di invadere la mattonella del vicino con l’ondeggiare del proprio corpo. Durerà il tempo di un brano, visto che il pezzo successivo sarà una ballata che rimetterà tutti in riga. Più volte nel corso del set il frontman parlerà del fatto che è il compleanno del batterista, nonché suo fratello, chiedendo al pubblico cosa si fa in Italia quando qualcuno compie gli anni ed ottenendo in cambio una ‘Happy Birthday To You’ intonata dai presenti, in uno strano rovesciamento dei ruoli. Infine ci sarà spazio per un altro siparietto, quando nel corso della lunghissima ballata ‘Uncast Shadow of a Northern Myth’, ultimo brano in scaletta, il secondo chitarrista, quasi del tutto inoperoso nel corso di questo pezzo, deciderà di guadagnarsi la paga aprendo, non senza difficoltà, una bottiglia di vino rosso, procedimento che lo terrà occupato per alcuni minuti. Poi suonerà con la bottiglia, utilizzandola come plettro, prima di attaccarcisi a canna – alla bottiglia, non alla chitarra – per passarla poi al bassista al centro del palco e lasciare lo stesso – il palco, non il bassista – insieme al resto della band. I fan potranno così depredare il palco dalle scalette e da souvenir vari che solo loro possono vedere come tali, cose che ogni addetto alle pulizie getterebbe nel primo cestino dei rifiuti. Per loro fortuna, c’è sempre qualcuno che gli facilita il lavoro.

Andrea Lucarini

@Lucarismi

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