Parklife Festival @ Circolo Magnolia [Milano, 21-22/Luglio/2009]

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L’Italia non ha una storia di festival musicali particolarmente brillante. Nel passato ci hanno provato in tanti e quasi tutti hanno fallito miseramente. Poche ma importanti le cause: scarsa reperibilità di location adeguate, organizzazioni spesso discutibili, line-up che spesso e volentieri ti fanno venire voglia di prendere il primo aereo verso altre nazioni, pubblico poco rispettoso (vi dicono qualcosa i fan di Vasco all’Heineken?), scarsa capacità “imprenditoriale”. La lista probabilmente potrebbe allungarsi. La Grinding Halt con il suo Parklife Festival “First Edition” è invece stata coraggiosa e umile allo stesso tempo. Sceglie l’ottimo Circolo Magnolia con i suoi 3 palchi e piazza 32 gruppi medio-piccoli facendo spendere un totale di 20 euro a persona in 2 giorni. Quantomeno lodevole, ma sarà sufficiente? Purtroppo non del tutto e qualche sentore in cuor nostro l’avevamo. L’inizio dei concerti alle 18 di martedì e mercoledì ha fatto si che il Magnolia fosse semivuoto fino alle 21:30/22:00 circa. Ed è stato un peccato perché il livello generale delle band coinvolte è stato buono. Poi vabbeh… l’hyper fashionista Milano è schiava delle mode e di conseguenza buona parte della gente si è fatta viva solo ed esclusivamente per gli Horrors. Speriamo vivamente che il Parklife possa tornare l’anno prossimo a Milano anche se qualsiasi altra location sarà ben accetta e sicuramente battuta dalla gang nerdiana. Le basi ci sono, bisogna solo limare qualcosa. Let’s go on.

Martedì 21 Luglio

Riusciamo ad arrivare al Magnolia verso le 19:30 e di gente ce n’è davvero poca. Non ci perdiamo d’animo anche perchè la fila per le birre è inesistente. Sullo Psychocandy Stage (il palco interno del Magnolia dedicato ai Jesus & Mary Chains) stanno già suonando i bolognesi Zeus, un duo basso/voce e batteria. Per forza di cose ci ricordano un po’ i Lighting Bolt o i nostrani Zu, ma visto un suono piuttosto sludge può benissimo starci il paragone con certi Melvins. Set piacevole che ci fa carburare a dovere e anche ridere visto che il bassista tra un pezzo e l’altro bestemmia per qualche problema tecnico con la sua “voce alla Paperino” (3/5). Joe Gideon And The Shark aprono al Common People – My Space Stage, palco principale. Gideon e Viva Seifert, rispettivamente frontman e batterista, sono fratello e sorella: il primo è un ex Bikini Atoll, la seconta un ex ginnasta ritmica. Un post rock che fonde spesso l’epico cantautorato alla Reed e l’enfasi spigolosa dei White Stripes. Oltre a Nick Cave e a Mick Harvey, il duo ha impressionato anche noi. A parte le bacchette cadute per un paio di volte a Viva e il ride che gli frana sul timpano verso la fine dell’esibizione, la band piace ed anima il poco pubblico presente (3/5). Torniamo allo Psychocandy Stage per i This City, gruppo che viene descritto da più parti come un mix tra At The Drive-In e Les Savy Fav. Ci facciamo tentare e rimaniamo delusi. Non che siano malaccio ma il loro hardcore poppeggiante non è nulla di particolarmente nuovo e coinvolgente. Svolgono il loro compitino fatto di headbanging e criniere svolazzanti. Niente di più. Visto che hanno firmato per la Epitaph probabilmente avrete mille occasioni per testarli dal vivo (2/5). Gli Arbouretum iniziano poco dopo ma il loro folk-doom/hard-blues (scalfito nell’ultimo album ‘Song Of The Pearl‘) che ambirebbe al podio più alto del post-stoner ci lascia leggermente confusi anche se la loro esibizione è buona (3/5). Si torna al chiuso per i Pontiak. Terzetto americano su Thrill Jockey. Già a vederli siamo sollevati, gente a cui non frega un cazzo del look e pensa al sodo. Suonano un rock psichedelico che ci ricorda i Dead Meadow: quando picchiano, virando su territori quasi stoner, lo fanno davvero bene. Peccato per la brevità dello show ma davvero coinvolgenti. Di ritorno in Italia per 3 date ad agosto: schedulate gente! Schedulate! (4/5). Sono le 22.40 ed è ora dei The Chap. Nulla da aggiungere oltre a quanto già scritto nel report del Roskilde (leggi) circa la loro performance e la loro musica, se non il fatto che comunque abbiamo deciso di vederli di nuovo a distanza di soli 20 giorni. Questo la dice lunga sulla loro capacità di coinvolgimento che non dipende tanto dal “ruffiano” disco-sound che propongono quanto dalla loro originale espressività nell’eseguire i brani. Divertenti e poco cerebrali (3/5). Ci dirigiamo per la prima volta verso il 24 Hour Party People Stage (ovviamente il palco più danzereccio dedicato alla scena di Manchester) per le 3 finlandesi Le Corps Mince de Francoise. Per tre pezzi ci fanno sentire più giovani di quello che effettivamente siamo e un po’ ce ne vergogniamo ma alla fine delle fiera chissenefrega? Divertono senza troppe pretese ricordandoci le Northern State o, se volete un paragone con un gruppo più conosciuto, Le Tigre (3/5). Rimanere indifferenti a ‘Sandy’ oppure a ‘Sundialing’ dei Caribou è come far finta che i Byrds e i Creedence Clearwater Revival non siano mai esistiti. Magicamente tra le stelle poste sull’Idroscalo di Milano appare il sole della west-coast sixties americana di color rosso fuoco. Col dream-electro-pop dei Caribou si scaldano velocemente gli animi e le articolazioni del pubblico specialmente quando il professore di matematica Snaith ‘Manitoba’ dopo aver suonato i synth e la chitarra elettrica comincia a suonare la seconda batteria. Unico consiglio: sarebbe bene fare a meno di seguire questa moda dilagante di usare due batterie contemporaneamente se non in fase di registrazione o nel caso ci si senta uno Stewart Armstrong Copeland oppure un John Bonham (4/5). Sono le 22 e finalmente il Magnolia si è animato. Non è un caso; in moltissimi sono giunti al 90° per assistere agli Horrors, ultimo gruppo della serata. Le loro origini garage/psychobilly ed il loro reincarnarsi in diversi generi (non ultimo quello new wave peraltro molto simil-Interpol) giustificano la presenza di un pubblico eterogeneo ma non certo l’entusiasmo del pubblico stesso di fronte alla loro esibizione. Forse una nostra limitazione o più probabilmente la mancanza di quella “furia punk” dal vivo che nel passato ha contraddistinto la band dell’Essex inglese e di cui tutti i media specializzati (e non solo) hanno copiosamente ed entusiasticamente parlato fino a questa sera. Comunque siamo incuriositi avendo sentito parlare di live show incendiari da parte loro. Beh… evidentemente oggi sono in una giornata “NO”, perchè raramente ci è capitato di vedere una performance tanto svogliata. Un caso isolato? Pezzi, va pur detto, anche carini ma eseguiti con un trasporto pari a zero. Anche i loro fan sembrano davvero poco convinti. Deludenti! (2/5).

Mercoledì 22 Luglio

Con tutta la buona volontà del caso anche oggi si arriva al Magnolia in ritardo per il via fissato alle 18 e di conseguenza ci perdiamo gli amici Svetlanas e i Crocodiles. Non ci rimane che mangiarci una Margherita in fretta e furia per non perdere quei folli israeliani dei Monotonix. Questo trio istraeliano suona un r’n’r grezzissimo il cui seme sono gli Zeppelin, con una presenza scenica paurosa e rara a vedersi. Sostanzialmente sono dei dementi invasati che amano suonare “IN MEZZO” al loro pubblico. Più che un concerto il loro è evidentemente un circo e la parte musicale, che comunque ci fa muovere il testone con gioia, è quasi un contorno. Sono loro il vero show, praticamente un stupro collettivo. Volano birre, la batteria viene spostata in continuazione, un divano usato come palco, il cantante che si arrampica ovunque e ci mostra il suo culo peloso. Escono pure dalle mura dello Psychocandy Stage per suonare all’esterno e probabilmente per dare un po’ di pepe ai Cornershop che nel frattempo si stanno esibendo sul main stage. L’esecuzione generale è quello che è, ma l’impatto generale è fenomenale e funziona (6/5 rubando uno dei punticini che avremmo dato ai Cornershop). Seguono i Rolo Tomassi. È dura salire dopo i Monotonix, specialmente se si sta parlando dello stesso palco e su per giù dello stesso pubblico. Questo è l’ingrato compito che spetta alla band inglese costituita da un giovanissimo quintetto capitanato da una bella fanciulla. Suonano una sorta di postgrind8bitjazzhardcore e salcazzo quant’altro. Tecnicamente sono indiscutibili e si sbattono anche abbastanza per non sfigurare. Il loro problema è che non riescono ancora a gestire con coerenza le parti caotiche con quelle più calme. Suona tutto forzato. Comunque sono davvero giovani ed hanno tutto il tempo per trovare la retta via, nel frattempo ci teniamo stretti i Dillinger Escape Plan e rimaniamo colpiti dalle belle labbra della cantante e dai suoi capelli sempre in posa (3/5 per l’impegno mostrato). Ci spostiamo al main stage per assistere all’ultimo gruppo di questa seconda ed ultima serata. I Piano Magic sono già sul palco. Dal 1997 ad oggi hanno sfornato ben nove album ma lo spirito è ancora indie, nel senso più genuino ed anti-major del termine. Ne è la prova la loro storia artistica e musicale: finora nessun clamore o colpo di testa; mai sopra le righe. I Piano Magic ci ricordano a volte i Kraftwerk, a volte i Cure: ergo una sorta di “tranquillità elettrificata” che degnamente può chiudere una manifestazione indie (3/5).

Andrea Rocca & Chris Bamert

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