Parenthetical Girls @ Init [Roma, 6/Novembre/2008]

451

Se non siete mai stati a Portland difficilmente riuscirete a capire perchè la città dell’Oregon viene chiamata “City of Roses”. Se non siete mai stati nella downtown di Portland difficilmente riuscirete a capire l’importanza che riveste il lucente ponte Hawthorne che si adagia sul fiume Willamette. La Portland orgogliosa dei suoi giardini e dei suoi parchi. La parte grigia e opaca raccontata da Chuck Palahniuk e quella tormentata squarciata dalla poesia di Elliott Smith. Portland città della rinascita dell’indie stelle e strisce. Residenti e nuovi inquilini. Lontano dalle luci accecanti della costa est. The Decemberists piuttosto che Modest Mouse, Shins piuttosto che Stephen Malkmus. Forestieri, apolidi, semplici aggregati. Il movimento. La scena. Chiamatela come volete. Portland è, però oggi, anche la città dei Parenthetical Girls.

Non riesco a quantificare lo strato di maglie utile per uscire intorno alle 22 e 15. La strada è libera, quasi silenziosa. Dentro il club romano ritrovo parecchi amici. Ma quello che più mi preme è verificare il merchandise del quartetto americano. Colorato. Ricco. Acquisto. Un biondino (si, proprio lui!) mi propone l’offerta singolo in vinile + CD. Risparmio 1 euro e sono felice. In attesa di un paio di nerd assisto alla performance del gruppo deputato all’apertura. Sono i Kermit da Casale Monferrato guidati alla batteria dal giornalista Andrea Prevignano. In sala scorgo anche il Trio Medusa “amico” radiofonico dello stesso Prevignano. I Kermit sono in sei. Voce femminile a supporto (con maglietta degli Unsane), due bassisti (uno dei quali con maglietta Einsturzende Neubauten), un cantante/chitarrista (con maglietta dei Big Black), un sax e il già citato drummer (con maglietta degli Zu). Atmosfere noise blues che si delineano solo in un poderoso e ossessivo finale, l’inizio è infatti titubante, poco disturbante e abbastanza noioso, tralasciando la voce che cerca di calarsi nei panni del più fumoso dei Mark Lanegan.

Dopo tre quarti d’ora Zac Pennington è già “in sala”. La sua esibizione è fatta così. Zac è un piccolo genio. Androgino. Efebico. Magrissimo. Capelli mossi, sguardo perso nell’ambigua teatralità del suo falsetto.  Cammina, gesticola, interpreta, strabuzza gli occhi. Completo marrone. D’altri tempi. D’altro talento. Sul palco il resto. La graziosa Rachael e il suo glockenspiel celeste. Una diamonica in terra. Un violino pizzicato di tanto in tanto. L’intercambiabilità strumentale. Tre album per crearsi un seguito di culto, l’ultimo dei quali ‘Entanglements’, vive tra le pomposità barocche e ricchi arrangiamenti orchestrali. Pop minuettato. Scarnificato. Per far sentire più nitido il battito del cuore. Pennington si presenta. Felice di essere tornato a Roma. Si preoccupa che le sue parole vengano capite. Quando sale sul palco imbraccia una chitarra, quando scende cammina ispirato tra la gente. Ci tiene per ben due volte a ricordare il futuro concerto dei suoi amici Dead Science che insieme a Jamie Stewart (Xiu Xiu) e Casiotone For The Painfully Alone, hanno contribuito ad “aiutare” l’ascesa dei Parenthetical Girls. Che in quel posto laggiù nello stato di Washington (Everett) si facevamo chiamare Swastika Girls. Le marcette di Zac sono divertenti. Occhi furbetti. Con le bacchette della batteria scende ancora e si inginocchia, cammina come un rabdomante, apre l’uscita di sicurezza, prende la porta e continua a cantare da fuori. Si alternano i brani e quando compaiono quelli del meraviglioso secondo ‘Safe As Houses’ il gioco è completo. Il finale è tutt’attorno alla batteria. Insieme a percuotere. Così si congedano. I Parenthetical Girls appartengono ad un’altra dimensione. Stralunati, dolcemente assonnati, come protagonisti di una pièce teatrale di metà anni ’30. Una favola d’Autunno. Da conservare. Come questo tempo.

Emanuele Tamagnini

Per altri deliziosi scatti di Emanuele Tamagnini clicca deciso su: Nerdsphotoattack!

Commenta

Please enter your comment!
Please enter your name here