Paolo Conte @ Parco Ducale [Parma, 21/Giugno/2010]

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Aiuto. Conte saluta il pubblico con un gesto inequivocabile, scorrendo l’indice sulla gola da parte a parte. E’ davvero finita. Appena dietro il palco c’è la sede del Ris ma tant’è, il concerto è finito ed io mi ritrovo col solito sorriso ebete e pacificato che questo venditore di papaveri ultrasettantenne riesce sempre a stamparmi sul muso. Rispetto al tour teatrale dello scorso inverno – novanta euro in terza fila, e nella vita l’ho fatto solo per lui e quell’altro giovanotto di Devil Bowie – la scaletta si fa più agile, salta a piè pari la pausa tra primo e secondo atto e diserta al galoppo tappe importanti come Genova e Berlino. Ma tutto il resto c’è. E fa sempre malissimo, da spietata meraviglia quale è. Rapidi rapidi dunque, che la carrozza riparte. Dall’Eurasia a Gringolandia, sfiorando tutto quel che c’è nel mezzo. I russi fan paura, quei birboni dei teutoni non sono poi così malaccio e il nazismo culturale, quello vero, è affare di famiglia tra cugini d’Albione e Normandia. Ma il torpedone continua. E’ tutto un vortice di Madeleine, Max e comédie. Un caleidoscopio di dancing, giochi d’azzardo e telefoni in attesa. Una vertigine di milonghe, impermeabili e tanta, tanta pasiòn. E ancora zii, belle de jour, quadrati e cerchi. E c’è posto anche per quella di Benigni che faceva cips cips… ta tidù tidù ci bum ci bum bum. Al ragazzo poi piacciono molto le due ruote e relative velocità silenziose, diavoli rossi e zazzarazazzz. E non se ne fa mistero. Arroccato quasi sempre dietro il pianoforte Conte balla con lo strumento la danza perfetta, quella immobile. In piedi e solo, al microfono per poche canzoni, diventa l’albatro di Baudelaire. Cerca il pianoforte con le mani e con il resto del corpo. Lo avvicina come farebbe un amante. Movenze sgraziate e sciamaniche, a seguire il pulviscolo delle note, spudoratamente. Un bimbo che gioca mentre i musicisti, atterrati sul palco direttamente da Marte, ruotano tra loro posizioni e strumenti che neanche l’Olanda di Crujff. Cielo di stelle negre. Soglia di Eden. Poco importa se album meravigliosi come ‘Elegia’, ‘Una Faccia In Prestito’, ‘Razmataz’ e ben due dei tre omonimi sono totalmente ignorati. Qui non importa realmente cosa. Qui conta come. Conta l’uomo ragazzi miei. Il danzatore artigiano. Il visionario boxer. Conta lui. Ed è sempre stato così. Una pittura che parte con un codice proto avanspettacolo per poi, impercettibilmente e sinuosamente, mutare pelle album dopo album e diventare… altro. Sempre più spazio nelle note e nelle parole. Sempre più luce cosmica nei tratti. Sempre meno certezze esibite. Sempre più verità suggerite. Arte sublime e invincibile. Supremazia lampante di chi ha saputo essere DAVVERO cittadino del mondo senza dimenticare mai l’indirizzo di casa né il sapore magico del minestrone. “Kill Your Idols” diceva la t-shirt di un certo Axl nei primi anni novanta. No way Mr Brownstone. Il maestro è nell’anima, e nell’anima per sempre resterà.

Giuseppe Righini

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