Pan Sonic + Keiji Haino @ Circolo degli Artisti [Roma, 18/Novembre/2007]

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Immaginavamo che il concerto dei Pan Sonic sarebbe stato “impegnativo”, sapevamo che saremmo stati aggrediti da vibrazioni, frequenze elettriche distorte, reiterate, ossessive, che avremmo assistito a un flusso di suoni avvolgente che Mika Vainio e Ilpo Väisänen, non domano bensì esasperano. Il sound che fugge dagli oscillatori dei Pan Sonic è come un mammifero in cattività alimentato con carne cruda: selvaggio, violento, aggredisce il corpo, stordisce le orecchie. Ma lo spettacolo al Circolo degli Artisti ha superato abbondantemente le aspettative.

Intro impietosa: uno scoppio di rumore sorprende i timpani del malcapitato pubblico che indietreggia perplesso dinnanzi a cotanta violenza. Dopo un primo scioccante impatto ci rendiamo conto che non si tratta solo di un esordio eclatante ma che non c’è scampo, nessuna concessione, nessuno spazio a virtuosismi elettronici. I Pan Sonic si presentano a metà, Mika Vainio decide saggiamente di starsene a casa. Questa volta si astiene dall’assistere ai deliri del collega giapponese che già altre volte è stato partner del duo finlandese. Il giapponese Keiji Haino è indubbiamente un personaggio interessante dell’avanguardia musicale, a metà tra il Tomas Milian versione occhi a mandorla di “Delitto al ristorante cinese”*, il percussionista giapponese Stomu Yamashta e un santone, Keiji incuriosice e inquieta. Come in preda a un delirio mistico si agita sui kaos pad, impossessato da folgorazioni elettroniche, sventola una chioma bianca e fluente che in cuor nostro speravamo fosse una parrucca indossata da Mika per riscaldare la sua tonda capoccia pelata. E invece no, non si tratta di un travestimento. È tutto vero anche se non vorremmo credere ai nostri occhi, anzi alle nostre orecchie, sotto quella parrucca c’è Keiji, un vero e proprio terrorista noise. E allora non possiamo far altro che restare a guardare e a subire i deliri di questo indemoniato musicista d’avanguardia. E come tutte le avanguardie, Keiji si dimostra provocatorio e radicale, seriamente impegnato nel suo discorso autoreferenziale che solo i più sensibili amanti della sperimentazione saranno riusciti ad apprezzare. Keiji persegue il suo show mistico, affrontando un capitolo per volta: striduli lamenti vocali, chitarra, flauto, e un curioso mandolino. A volte scompare dalla vista per smanettare un ampio range di moog e pedaliere per sperimentalismi alla Thurston Moore ma il risultato è sempre lo stesso: una vera e propria tortura made in Japan. Dita sui timpani, occhi sbarrati, risate isteriche, assunzione compulsiva di liquirizia per la pressione, ansiogeno vagare arretrando verso le retroguardie, gente che si arrampica sulle transenne nella ricerca smaniosa di trovare una ragione a tanto cinismo cerebrale. Le reazioni dei partecipanti allo spettacolo sono le più svariate. I più deboli si dileguano, gli altri inseguono la fine con la speranza dell’ingresso a sorpresa di Mika Vaino. Non c’è tempo per una sostituzione in campo e per fortuna 0 minuti di recupero allontanano la minaccia di un temuto bis. Un sorriso inebetito trascina i superstiti verso l’uscita ad affogare le ultime riflessioni in una sana boccata di nicotina. Perchè tanto odio?

Raffaella Bordini

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