Pan Sonic + Dj Spooky @ Auditorium [Roma, 20/Ottobre/2004]

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E’ già da un po’ di tempo che l’Accademia Nazionale Santa Cecilia, al fine di convogliare gli ascolti giovanili verso una musica maggiormente “colta” e per evitare la sclerosi completa della favolosa struttura architettonica a sua disposizione, tenta – con risultati più o meno soddisfacenti – di aprire all’avanguardia elettronica contemporanea le porte del santuario della classica (come già accadde per la celebre e controversa serata Warp + London Sinfonietta). Primo a calcare il palco dell’Auditorium in questa calda serata ottobrina è Dj Spooky. Il “ragazzino subliminale”, accompagnato da una solerte traduttrice, spiega il senso di ciò che si accinge a fare, cioè mixare dal vivo inedite composizioni musicali con le immagini rielaborate del film muto di D.W. Griffith “Birth of a nation” (USA, 1915). L’ambiziosa performance, tanto interessante sulla carta, si rivela ben presto prolissa e narcotica: la musica che accompagna la proiezione, salvo brevissime parentesi dilatate, è di una banalità disarmante e priva di alcuna apparente connessione con lo scorrere delle immagini. Il montaggio/smontaggio del film è tediosamente ripetitivo e non permette un lucida comprensione dell’intreccio. Probabilmente la stessa sostanza filmica, per quanto di indubbio valore antropologico e benché “modernizzata” dall’uso di numerosi effetti tecnologici, è semplicemente una noia mortale, un lungo, ininterotto sbadiglio, di circa 80 minuti. Di tutt’altra pasta è l’esperienza audio-visiva dei Pan(a)Sonic, il duo formato nel 1994 da Ilpo Vaisanen e Mika Vainio. E’ qualcosa di una tale fisicità da non poter essere, quasi, raccontata a parole. Complice forse l’estrema reattività sonora dell’Auditorium (del quale si encomia da anni una pretesa “acustica perfetta”) il volume smodato delle emissioni dei finlandesi si traduce in spostamenti d’aria tali da levare letteralmente il respiro. L’estetica musicale è radicale e primitivista, mira alla semplificazione assoluta delle componenti sonore: rudimentali onde sintetiche portare all’estremo della distorsione si addipanano su strutture ritmiche minimali, costituite da pochi samples ben segmentati, accompagnati da telluriche pulsioni di bassi subsonici. Anche la rappresentazione visiva, affidata ad un semplice algoritmo di oscilloscopio, è talmente spartana da risultare dirompente. Sparandogli in faccia oltre 70 minuti di puro suono, i Pan Sonic fronteggiano aggressivamente il fortunato pubblico romano con quanto di più lontano si possa immaginare dall’eleganza della colta e smussata glitch-music: il radicale rifiuto del laptop e l’abbandono alle generose manopole dei generatori analogici di tono solcano uno iato incolmabile tra il duo finlandese e tutta la generazione degli attuali adoratori della melina digitale.

Alessandro Bonanni

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