Pan American @ Chiesa Evangelica Metodista [Roma, 22/Marzo/2012]

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La notizia che i Pan American facessero un concerto era già di per sé l’evento. Tanto rare e sporadiche sono le sortite di Mr. Mark Nelson. Una carriera decisa e silenziosa, quella del chitarrista e compositore dei fondamentali Labradford: dopo essere riuscito a coniugare dub e ambient con quello che nel frattempo sarebbe stato definito post-rock, una naturale evoluzione lo ha portato alla maggiore radicalità e asciuttezza dei Pan, nome di punta ormai della scena ambient e avanguardistica. Poche, come dicevamo, le apparizioni del musicista, ma ben selezionate. Oggi ci aspetta alla Chiesa Evangelica Metodista di Roma in Via XX Settembre, location certamente adatta a sonorità eteree e vibranti. La rassegna C(H)ORDE, ospitata per l’appunto nel tempio cristiano e organizzata da Lanificio 159 e Snob Production, mira a sottolineare il forte legame tra musica ed elevazione spirituale. La corda quale strumento capace di muovere, grazie alle sue vibrazioni, l’anima dell’artista e dell’uomo alla ricerca di modalità di espressione nuove e originali, capaci di riconciliare con lo spirito e l’assoluto. Presentazione ambiziosa ma azzeccata anche perché, nonostante il set, la manifestazione riesce ad andare oltre la facile associazione religiosa per collocarsi, idealmente, in un ordine di idee più profondo, filosofico. Visti i presupposti, la rassegna non poteva che ospitare personalità poco comuni, in grado di proporre una visione artistica di non facile fruizione ma sicuramente suggestiva e potente.

Dopo Fink (7 novembre 2011), A Hack And A Hacksaw (10 dicembre 2011) e Ben Frost (8 gennaio), non poteva mancare l’occasione per Mark Nelson (e una presenza di peso come Pan Sonic non avrebbe di certo sfigurato), qui accompagnato alla batteria da Steven Hess, già collaboratore di autori del calibro di Fennesz e Locrian. Un triangolo rosso, dal sapore quasi massonico, aleggia inquietantemente sulla parete centrale della chiesa, di fronte alla quale è predisposto il palco. Le panche (fortunatamente provviste di cuscinetti) vanno via via riempiendosi e, anzi, in parecchi saranno costretti in piedi vicino l’uscita. Si abbassano le luci, il triangolo rosso sangue scompare finalmente dalla vista e, da una porticina laterale, entrano i due artisti. Mark Nelson è fine e ossuto, con gli zigomi scavati e il mento aquilino: sembra quasi venuto da un altro pianeta. Tuttavia, ha un aspetto piuttosto rilassato, da santone. Hess ha fattezze più canoniche, ma la concentrazione lo appuntisce. Calano del tutto le luci e inizia l’esibizione. Mike Nelson imbraccia subito la chitarra e, davanti al consueto Mac, disposto su un synth, passa da chitarra a computer con tranquillità e decisione. Le corde, grazie al frequente uso dell’e-bow, producono note sempre lunghe e sostenute, che echeggiano nell’aria e riempiono l’ambiente. Hess è impegnato saltuariamente, ma ogni suo intervento è netto e precisissimo: quello che gli viene richiesto sono pazienza, senso del ritmo e infallibilità metronomica. Rimbombi dilatati e regolari di tamburi, schegge frenetiche e ravvicinate di timpano; la bassa frequenza di bpm e la quasi assenza di ritmica non gli facilitano il compito, anzi. Nelson, intanto, immerso in una specie di aura zen, satura l’aria con muri sonori vitrei ma compatti come banchi di nebbia, mentre le arcate della chiesa sullo sfondo assumono via via contorni indefinibili e cromaticamente instabili. Rosoni sintetici si disegnano sulla parete, confondendosi nella densità delle onde e variando lo schema di concerto con la musica. Più in là, i rosoni scompaiono per lasciare il posto a forme più tubulari. Le cornici si riempiono, a mo’ di sifone, con liquidi fosforescenti, ora color acqua ora un indistinto verde scuro: si colmano e si svuotano, armoniche.

L’esibizione è un’unica e lunga suite: all’inizio le sonorità riportano a un’atmosfera più placida e meditativa. Successivamente, la chiesa raccoglie invece i frammenti delle onde, fattesi ora più taglienti e aguzze, e li disperde occupando tutto lo spazio. I suoni si fanno più carichi, dinamici; anche le battute si fanno più corte e veloci. Il finale ricorda in qualche modo i tipici crescendo del post-rock, in alcune sue parti: reminiscenza del passato? Dopo circa un’ora, il concerto volge al termine. Durata più che giusta per un’esibizione di questo tipo. Benché pensi che questo genere di musica sia maggiormente godibile e fruibile stando con sé stessi, in privato (forse anche per questo la band suona pochissimo dal vivo?), la scelta della location ha sicuramente fatto giustizia ai Pan American. Le espressioni sui volti passano dall’annoiato, al perplesso, all’emozionato, all’estasiato. Per quanto mi riguarda, uno spettacolo del genere dopo una settimana avanti e indietro sui tram strapieni è manna dal cielo. La lentezza è il migliore antidoto contro la frenesia isterica di questo pazzo mondo.

Eugenio Zazzara

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