Pan•American @ Monk [Roma, 18/Novembre/2018]

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Mark Nelson è la voce e la chitarra dei Labradford, trio di Richmond che negli anni novanta ha il merito d’aver contribuito a scrivere le regole del post rock sperimentale d’astrazione atmosferica. Vengono ricordati anche per aver segnato le gesta della Kranky Records di Chicago, nata nel 1993 proprio con lo scopo di produrre il loro esordio “Prazision”. Tutti i sei album della band della Virginia vengono pubblicati da questa label e sono a loro modo importanti. Da recuperare assolutamente almeno l’omonimo del 1996 e “Mi Media Naranja” del 1997, che raccolsero e definirono tutte le peculiarità del suono e gli elementi caratteristici del progetto. Mai sciolti ufficialmente, non pubblicano dischi dal 2001, limitandosi da allora a sporadiche esibizioni dal vivo. La loro arte consiste nell’approccio minimale, infarcito dall’estetica del drone e arricchito da loop di chitarra e tastiera, voci filtrate, percussioni appena accennate ed elettronica di confine. Pan•American è l’incarnazione solista di Nelson, in cui almeno in principio, ha inserito un orientamento pulsante alla matrice distintiva della sua band, ricavandone un ibrido di grande fascino. L’omonimo esordio del 1998 e il successivo “360 Business/360 Bypass” del 2000, sempre su Kranky, ne rappresentano contemporaneamente l’inizio e l’apice del percorso artistico. Un suono d’ambiente, dub scuro ed essenziale, mischiato a suggestioni alternative di sperimentazione elettroacustica e rigurgiti d’indipendenza post rock. Nel tempo una forte componente di natura cinematografica ha contribuito ad allargarne ulteriormente la deriva sonora. Otto gli album solisti realizzati, impreziositi inoltre dalle collaborazioni con la tromba di Rob Mazurek e quella con alcuni membri dei Low. L’ultimo è “Cloud Room, Glass Room”, risale al 2013 e lo vedeva collaborare con l’ex sodale Robert Donne e il percussionista Steven Hess, musicisti con cui in seguito ha formato il progetto Anjou, pubblicando due album: l’omonimo del 2014 ed Epithymia del 2017.

Il blocco totale del traffico in città in questa frizzante e soleggiata domenica di novembre, ha fatto in modo che l’inizio della performance venisse posticipato alle 21.30. L’esibizione viene accompagnata prima e dopo dalle selezioni musicali a tema curate dall’Half Die Festival, nella persona del direttore artistico Giovanni Rosace, accomunato da profonde affinità elettive con il protagonista della serata. Mark Nelson mancava da Roma dal 2012 e questa sera ci si aspetta qualche anticipazione sul nuovo disco atteso per il prossimo anno. In realtà tutta la setlist sarà composta esclusivamente da materiale inedito. Notiamo con piacere una buona cornice di pubblico, le sedute in sala sono tutte occupate e qualcuno rimane in piedi. Le luci di scena sono soffuse e lo rimarranno per tutta la durata dello spettacolo, lasciando spazio alle proiezioni sullo schermo posto nel fondo del palco. Le immagini sono abbastanza statiche e sembrano enormi cartoline raffiguranti colori, scene cittadine dall’alto e particolari di campagne. Nelson ha un laptop, un mixer con diversi effetti collegati, un microfono, una chitarra con amplificatore e pedaliera per loop ed effetti. Sale accolto da un bell’applauso, ringrazia tutti quasi sommessamente, imbraccia la chitarra e inizia a suonare. La sfiora, l’accarezza e la fa vibrare con grande rispetto e consapevolezza. Produce landscapes delicati e struggenti, per poi spostarsi al laptop e agli effetti e modularne le variazioni e gli errori digitali. Inserisce rumore e synth campionato. Fa riaffiorare chitarre arpeggiate, mentre usa la voce reverberata, tenendola volutamente molto dentro al mix fino quasi a farla scomparire. Tutto è così lento e avvolgente, come quando gli effetti sembrano archi e improvvisamente fendono l’aria. Cresce l’intensità. Torna al laptop e l’atmosfera è nuovamente rarefatta. Avvertiamo soltanto adesso la presenza di una ritmica, che seppur minimale e irregolare, crea sul tappeto di drones e loops una strana sensazione di leggiadria. Si rimane sospesi sulla coda precedente mentre Nelson torna di nuovo alla chitarra. Ora però la magia non s’innesca e il cantato di questa porzione risulterà l’elemento piatto del lotto, nonostante una buona coda strumentale. L’alternanza delle fonti continua e il laptop ci offre una nuova commistione tra variazioni modulari e rumore sintetico. Tutto espresso con la consueta maestria, che si compie in un finale notturno, introducendosi di nuovo alla chitarra. Ci si spinge soffici e languidi in una dimensione parallela, sospesa verso altri lidi. Come il vento tra i fiori proiettati nello schermo. Chiude così un’ora di gran classe accolta da un lungo e sentito applauso di una sala rapita e rispettosa, che lo ha ascoltato immersa in un silenzio solenne. Rientra e ringrazia quasi imbarazzato, esegue una cover di “Jackson” di Lucinda Williams particolarmente folk e stralunata e poi va via vinto dalla timidezza.

Cristiano Cervoni

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