Palma Violets @ Botanique [Bruxelles, 7/Ottobre/2015]

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All’uscita del debutto ‘180’ i Palma Violets furono accolti trionfalmente nella loro Gran Bretagna, con il solito NME a esaltarne le doti al punto da nominare il singolone ‘Best Of Friends’ miglior pezzo del 2012. Il brano in questione, effettivamente, resta a distanza di tre anni un inno indie/garage da cantare a squarciagola. Con il secondo disco ‘Danger in the Club’, pubblicato su Rough Trade a maggio, il quartetto di Lambeth non ha spostato più di tanto le proprie coordinate stilistiche, rimanendo fedele a quella summa di rock inglese che, partendo dai Clash e dal pub-rock, passa per il brit-pop e arriva ai Libertines. Nulla di trascendentale, ma svanito l’hype – rimasto intatto in madrepatria – alla band c’è da riconoscere onestà, continuità e una capacità di scrittura medio/alta, laddove altri avrebbero mollato tutto o peggio ancora rilasciato LP inconsistenti. Di passaggio a Bruxelles per il tour promozionale di ‘Danger in the club’, la band non riesce a riempire la splendida sala Orangerie del Botanique, pur presentandosi alle 21 dinanzi a un pubblico numericamente abbondante e caloroso (soprattutto se paragonato agli standard italiani, basti pensare alla data romana al Circolo degli Artisti nel 2013). Di sostanza ce n’è a bizzeffe: il cantante/bassista Alexander “Chilli” Jenson e il cantante/chitarrista Samuel Thomas Fryer dominano la scena alternandosi dietro al microfono, mentre il batterista William Martin Doyle e il tastierista Jeffrey Peter Mayhew restano giocoforza in secondo piano. L’esibizione è trascinante e coinvolge i per nulla timidi astanti, nonostante qualche sbavatura qua e là. Guardiamoci in faccia: il rock resta ancora una liberatoria faccenda di sudore, quindi poco importa se le parti vocali di Jenson e Fryer non sono perfette. Su ‘Best Of Friends’ – posta inusualmente al centro della scaletta – si raggiunge il climax del coinvolgimento e cantare “I wanna be your best friend / I don’t want you to be my girl” è un toccasana. I nuovi brani si mescolano bene ai precedenti – non c’è spazio per i filler di ambo i dischi – e dimostrano come i Palma Violets raggiungano il massimo del risultato quando spingono sull’acceleratore e sciorinano riff rock’n’roll che invogliano a battere il piede w a saltare. I pochi momenti più atmosferici, invece, si rivelano i più interlocutori: per i ragazzi di Lambeth non è ancora arrivato il momento di scrivere power-ballad, ma chissà che dalla loro penna non ne arrivi qualcuna in futuro. C’è da chiedersi, appunto, cosa ne sarà prossimamente dei Palma Violets: finiranno nel dimenticatoio? Faranno un salto di qualità sorprendente? Resteranno degli onesti mestieranti abili ad abbeverarsi dalla fonte infinita del rock inglese? Delle tre opzioni la terza è la più papabile, ma è bello lasciare il campo aperto alle speranze. Per ora, il quartetto rappresenta una sicurezza per trascorrere un’ora spensierata ed esaltante. Non è poco.

Livio Ghilardi