Oxbow + One Dimensional Man @ Init [Roma, 12/Aprile/2003]

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Doppio piatto ricco nel programma di questa sera: si incomincia alla grande con il combo veneziano più bello del mondo. Attaccano a suonare, dieci secondi, poi si fermano, qualcosa non funziona. Il suono è soffocato, in sordina. Armeggiano con gli strumenti, spingono qualche pulsante. Poi ripartono, e “l’uomo mono-dimensionale” impatta con violenza che è il suo marchio di fabbrica e la sua prima virtù. Inconveniente tecnico o siparietto, non importa: la trovata funziona e la platea è subito coinvolta. Progressivamente (man mano che il bassista-vocalist sembra sempre più “fatto”…) il livello cresce ancora e, tra un’invettiva contro la guerra e una contro Berlusconi (che si becca parecchi biascicati vaffa), il pubblico si diverte e reagisce fisicamente, trascinato da un rock’n’roll ipervitaminizzato che è anche leggermente (ma proprio leggermente) matematico. Lo spettacolo funziona bene anche per le orecchie, e resto perplesso solo sui suoni della chitarra, powerchords di una forza un po’ rozza, un po’ da gruppo adolescenziale new-punk all’italiana. La mia impressione viene però smentita negli stacchi simil-slowcore, in cui viene espresso, invece, un rombo di potenza entusiasmante. Il batterista rompe la tradizione e non si spoglia (è celebre, infatti, per la sua attitudine a suonare completamente nudo) ma si limita a fare il gesto delle seghe e mostrare il culetto dai pantaloncini appositamente tagliati.

Chi fosse rimasto rimasto deluso per la mancata sfacciataggine, sarà però subitaneamente appagato dalla generosa esposizione di pudenda messa in atto dagli Oxbow, arrivati da San Francisco in una inaspettata versione duo acustico (voce e slide-guitar). Uno spettacolo blasfemo e slabbrato, volgare e violento, dove rumore sudore sangue e sperma, e un odore shockante di umori corporali e incenso, veicolano nell’ascoltatore, il quale sia in grado di vincere la ripugnanza e l’imbarazzo provocati artatamente – non siamo ingenui o ipocriti – dall’immagine di questo muscoloso nero dallo sguardo folle e perverso che sbava sputa e si tocca l’enorme fallo, la sconvolgente sensazione di una enorme mano nera che sfonda la pancia e torce le budella. L’esibizione consiste nell’esposizione in cruda chiave acustica di quello che, ascoltando un disco come ‘An Evil Heat’ (Neurot 2002), potrebbe essere definito un “voodoo-core” senza tribalismi, materiato della stessa profondità abissale dei Neurosis, ma destrutturato in un modo che richiama, soprattutto per la riproposizione continua del parlato in sottotraccia, l’incredibile primo lavoro degli Slint (‘Tweez’), e mescolato ad urla, bestemmie, sussurri, rantoli di godimento, invocazioni alla Vergine e Cristo, e all’ossessiva ripetizione della parola “fuck”. Eugene Robinson sembra posseduto dallo spirito stesso della sua arte, disegna nell’aria convulse geometrie con le mani, in modo completamente asincrono rispetto alle empie sferzate della chitarra; è, o sembra, un convinto esecutore di rauche bestemmie e tremendi falsetti, recita o incarna in modo persino convincente un tormento espressivo autentico, espone un corpo doviziosamente tatuato con improbabili combinazioni di demoni che reggono svastiche, serpenti, e stelle di Davide, pentacoli, cicatrici di angeliche ali strappate dalle nascita; stupisce, insomma, tutti noi quanti siamo disabituati ad una tale sovraccarica scomposta provocazione estetica. Musicalmente parlando, siamo lontani da qualunque ipotesi di rilevanza, anzi, diciamocelo pure in franchezza: l’assenza del resto degli Oxbow sul palco è da considerasi una piena delusione, in nessun modo ripagata da questo blues che vuole essere maledetto sporco e sanguinante, ma che non segnerà una novità per nessuno. Eppure, tirando il ballo il teatro sperimentale, o qualcosa di simile, si potrebbe senz’altro salvare la serata come l’ennesima incursione di aliene entità culturali nelle nostre coscienze inevitabilmente borghesi (evento sempre benvenuto dalle menti aperte e curiose). La gente, comunque, se ne va progressivamente a casa (man mano che dalla giacca si arriva ai mutandoni, e per fortuna ci si ferma lì, altrimenti oggi saremmo tutti dallo psicologo, chi traumatizzato, chi a curarsi qualche complesso…), e alla fine, per le poche decine rimaste, viene proiettato un film-documentario sugli Oxbow. Uscendo incontro il simpaticissimo batterista degli One Dimensional Man e cerco di provocarlo. Gli dico: meno male per te che non ti sei spogliato, sennò sai che figura!. Ma lui ammonisce, bestemmiando: era tutta scena, il classico calzino da tennis, la solita banana moscia riveduta e corretta. Ma poi confessa: meno male che non mi sono spogliato…

Alessandro Bonanni

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