Owen Pallett + Micah P. Hinson @ Circolo degli Artisti [Roma, 6/Dicembre/2010]

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Micah P. Hinson è un’anomia, nella collezione di figure solitarie e scontrose che, fra le due coste, parla folk e varie inflessioni dell’AmE. Una storia dura, travagliata e senza peli sulla lingua come non ci aspetterebbe da un fenomeno sviluppatosi nell’arco dell’ultima decina d’anni, cioè da quando l’occhialuto punkabbestia, fresco di galera e di cuori spezzati, prendeva un volo diretto oltreoceano a registrare il suo esordio Micah P. Hinson & The Gospel of Progress. Qualche disco e nuova crisi più tardi, Micah si presenta sul palco senza infiocchettature e genialate, ma armato soltanto di chitarra elettrica, succo di frutta (i disintossicatoi sono brutti posti, meglio non metterci più piede), e un’aura maudite che si taglia coi canonici coltelli da burro. Dopo un’apertura consegnata a una coltre di rumori di fondo affilati e tintinnanti – ci si sarà confusi con un encore dei Wavves? – l’esile trentenne riemerge e si staglia, camicia a scacchi e bretelle, contro lo sfondo pulito del locale. ‘I Don’t Own Her’ è la prima dimostrazione dell’atteggiamento da palco del nostro texano, straordinariamente svaccato e anti-folk – nel senso della poca pulizia sonora e di quell’aria da coyote del deserto scampato agli anni ’90 –, seguita in ordine sparso da ‘The Life, Living, Dying, And Death Of One Certain & Peculiar L.J. Nichols’, ‘Take Off The Dress For Me’, ‘As You Can See’ e la presleyana ‘I Can’t Fall In Love’. La mogliettina – sfortunatamente quasi del tutto afona, per cui i paragoni con June Carter finiscono prima ancora di cominciare – viene presentata velocemente per un’esecuzione a due di ‘Beneath The Rose’ che, sebbene non del tutto riuscita per evidenti problemi dovuti all’angolazione del microfono, ha una sua certa spettacolarità. Le coppie sposate che funzionano conservano sempre una certa spettacolarità. Un rapido bacio chiude la scena.

Una manciata di canzoni più tardi (con il bis, di nuovo coniugale e male equilibrato, ma nell’insieme gradevole, affidato a una traditional song), il cambio palco per Owen Pallett. Pochi secondi dopo l’inizio, e probabilmente a ragione, un mio amico glosserà beffardo su una discussione cominciata tempo prima: “Se l’è già mangiato, quel tuo cantautorucolo”. All’opposto di Micah, il trentunenne artista canadese sembra fare uno sforzo indicibile per trattenere tutti gli organi interni al loro posto. Col portamento e il vestito d’un cameriere (camicia bianca, secca), col suo violino e il Max/MSP che farà il miracolo, Owen Pallett inscena uno spettacolo d’avanguardia su come creare un’intera orchestra invisibile in tempo reale, sotto gli occhi di tutti. La sua pulizia è totale, anche la voce riesce a dare un’impressione di cortesia e igiene, e poco a poco, a ogni nuovo start, il castello di carte viene creato poggiando nuovi pezzi su quelli precedentemente inseriti: il violino, unico strumento sovrano della performance (a esclusione di una tastiera sfiorata praticamente in ogni brano), viene modificato con l’ausilio di pedali e si fa basso, batteria, sintetizzatore e diavoleria elettronica. I primi dieci minuti, aperti da ‘The CN Tower Belongs To The Dead’ sono un prodigio per un orecchio ancora vergine (come il mio), un vortice che sfida le leggi della fisica e dell’architettura. Architettura fragile, purtroppo, perché ogni minimo errore (leggi: ritardo) si trascina fino alla fine del brano: motivo dell’esecuzione non troppo riuscita dell’altrimenti eccezionale ‘This Is The Dream Of Win And Regime’ (scritta per il matrimonio della coppia cardine dei connazionali Arcade Fire, di cui Pallett è amico e coarrangiatore degli archi in studio) e di un paio di brani successivi. Ma qualche leggero intoppo non è abbastanza per compromettere la prima, esuberante impressione. Notevoli la cover di Caribou (‘Odessa’) e l’encore di ‘Many Lives -> 49 MP’. Owen Pallett se ne va, sorridente e apparentemente sereno, lasciando l’acuta sensazione che se qualcosa di buono fosse dovuto succedere, stasera, è appena successo, e non si ripeterà. Dato che si è in periodo di classifiche, classifichiamo: uno dei concerti dell’anno.

Filippo Bizzaglia