Oval @ Evol [Roma, 9/Gennaio/2018]

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C’era una volta la glitch music, un particolare stile di musica elettronica basato sull’uso degli errori generati dalle apparecchiature digitali. Suoni emessi da supporti danneggiati e software per PC, raccolti in campioni frammentati e stratificati, stridenti ed atonali, distorti e dilatati. Bizzarrie dei laptop alle prese con la forzatura dei dati salvati e strapazzati all’interno della memoria rigida. Markus Popp è un pioniere del genere e nel 1991, insieme a Sebastian Oschatz e Frank Metzger, forma il progetto Oval. L’esordio “Wohnton” del 1993 è solo l’inizio del processo, che s’afferma con “Systemisch” l’anno seguente e si compie con “94 Diskont” nel 1995. La loro arte segue l’esempio di musicisti d’avanguardia come Satie, Antheil e Cage e l’intento è quello di ricodificare la techno minimale. Si va verso una rarefazione sistematica della materia, giungendo fino alla destrutturazione e la conseguente rinascita, grazie all’uso portante degli “errori” creati. Il trio tedesco fa da battistrada ad artisti come Fennesz, Alva Noto, Ryoji Ikeda e Matmos e all’opera d’etichette come la 2K, la Raster-Noton e la Mille Plateaux per la quale incideranno. Un genere sperimentale osteggiato dagli ortodossi dell’epoca, ma che in un decennio crescerà, arrivando a consolidarsi nella produzione d’installazioni nell’ambito dei musei d’arte contemporanea. Un connubio tra musica accidentale e videoarte. Nel frattempo Popp firma per la Thrill Jockey e forma con Jan Werner dei Mouse On Mars il duo elettro-ambient Microstoria, che realizza cinque dischi tra il 1995 e il 2002. Con “Dok” del 1997 rimane il solo depositario del moniker Oval, tentando spesso di reinventarne il suono. Elettroacustica, IDM, microhouse, musica concreta e industrial, avvicinandosi anche al rumore puro dell’opera di Merzbow con “Ovalcommers” del 2001. Collabora con Bjork e Ryuichi Sakamoto e partecipa alla stesura di “Camoufleur” dei Gastr Del Sol. Altro side project è quello dei So, che forma con la cantante Eriko Toyada, pubblicando l’album omonimo del 2003. Quindi si prende un periodo di riflessione, prima di tornare a produrre materiale inedito dal 2010, sempre come Oval. Nel 2016 crea una propria etichetta chiamata UOVOOO, con cui produce altri artisti ed incide il suo ultimo disco “Popp”.

Il concerto si svolge all’Evol Club, attivo da circa tre mesi nel quartiere San Lorenzo. In realtà non si tratta di una novità a tutti gli effetti. Accade che in alcune serate, nell’immobile che storicamente ospita la Locanda Atlantide, si cambia gestione artistica e ci si affida alla programmazione proposta dai ragazzi dell’ex-Init. Una sorta di locale double face. L’apertura è affidata a Primitive In The Extreme, che miscela con buon gusto le sue trame elettriche ed elettroniche, meno scarne che in studio, ma comunque viscerali. Il musicista romano ha l’aspetto decisamente metalcore e crea la propria musica improvvisando con due synth, una singolare chitarra elettrica, una drum machine e la loopstation. Campionamenti strumentali adagiati su bordoni minimalisti composti da drones e cluster ed alimentati da patterns e riffs. Il risultato che ne deriva è estremamente positivo e si lascia apprezzare per tutti i trenta minuti dell’esibizione. Markus Popp sale sul palco alle 22:50 ed è accompagnato solo da un laptop, un sequencer e la loop station. Il set che presenta è incentrato quasi esclusivamente sull’ultimo lavoro in studio e di fatto contiene solo materiale recente. Parte dritto con un beat ben definito e snocciola IDM d’alta fattura, infarcendola di breakbeat e trance evoluta. L’avanzamento progressivo ed inesorabile del pubblico sotto palco ne dimostra l’efficacia raggiunta. Campioni vocali che s’intersecano tra loro e s’incastrano a ritmiche minimali, creando un flusso dinamico ricco di psichedelia digitale. Suoni sintetici che virano in poliritmi d’origine quasi africana. Parti sospese che s’aprono in crescendo decisi, per poi infrangersi in code spiazzanti. Fasi più caotiche in cui i bpm scendono e gli elementi s’aggrovigliano, stratificandosi a dovere per poi risolversi in strutture di sana matrice teutonica. Breakbeat e patterns sincopati, echi d’atmosfere marziali, inserti con le voci filtrate, le basse e i synth che si fondono e si riflettono. Un bel set della durata di un’ora in cui il musicista berlinese riassume ventisette anni di dedizione all’elettronica, sciorinando i linguaggi che lo hanno caratterizzato, con una predilezione naturale per le sonorità nineties. Richiamato a gran voce, concede un bis di ben venti minuti, che da solo vale tutta l’esibizione. Parte con un loop ipnotico ed ossessivo, che s’abbandona ad un crescendo inatteso fortemente lisergico, da cui s’apre a vista un mondo intero. Nel mezzo mille suggestioni diverse e su tutte lo spettro di Autechre ed Aphex Twin. Il finale perfetto per una performance sorprendente.

Cristiano Cervoni

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