Ought @ Teatro Quirinetta [Roma, 7/Novembre/2014]

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Nonostante la copertina del loro debutto con la Constellation mi ricordasse spaventosamente ‘Keep The Faith’ dei Bon Jovi, ho deciso di ascoltare questo disco a poche settimane dalla sua uscita. Non posso dire di essermene innamorata, ma di averlo apprezzato moltissimo questo sicuramente sì. Gli Ought e il loro post-punk-derivativo-ma-con-personalità passano per la prima volta nel nostro Paese. E gli dice malissimo. Niente gruppo spalla, niente Circolo, e concerto cominciato con un’ora di ritardo. Il Teatro Quirinetta è una bella venue, ma non esattamente comodo da raggiungere (il nostro Sindaco ci avrebbe forse suggerito di andare in bicicletta, noi gli avremmo risposto di andare, lui, altrove). Certo è piacevole farsi una passeggiata in centro la sera, cercando però di evitare lo sguardo triste dei turisti di fronte alla Fontana de’ Trevi inscatolata dai lavori di restauro. La sala scelta per il concerto è chiaramente troppo spaziosa, ma non ci sono le sedie e c’è il bar. Quindi siamo tutti contenti. Il gruppo di stanza a Montreal si presenta sul palco un po’ intimidito, noto con sconcerto che il cantante-chitarrista è in calzini. I suoi piedi non profumano. Il primo pezzo è la quasi title-track ‘Today, More Than Any Other Day’, e fin da subito i quattro mettono in chiaro le cose. La resa live dei brani è fedelissima. Forse persino troppo. L’attenzione è catalizzata immediatamente sul leader Tim Beeler, che canta in modo sgraziato (ovviamente sgraziato al punto giusto), enfatizza con la propria gestualità certi passaggi dei testi, saltella quando deve saltellare e si guarda i piedi quando deve guardarsi i piedi. Poche le parole tra un brano e l’altro, giusto le solite frasette in italiano e i ringraziamenti di rito. D’altronde quello che hanno da dire, che è il motivo per cui questa band esiste, e anche il motivo per cui io li ascolto, lo dicono nelle canzoni. Mi piace il loro approccio molto naif. In pratica sembra di vedere dei ragazzini in sala prove, con il succitato Beeler che ogni tanto si perde il plettro e lo deve raccogliere perché non se n’è portato un altro, e che sbaglia l’attacco di un pezzo perché ha ancora l’accordatore acceso. Certo, non me ne ricordo manco una di sala prove in cui ho visto suonare gente a questi livelli. Del cantante-chitarrista abbiamo già parlato. Il batterista fa il suo, e lo fa molto bene, ma non sembra molto felice di vivere stasera; il tastierista usa il suo strumento come una chitarra e contribuisce a dare colore ai brani; il bassista è prima di tutto Adem Ljajic, in secondo luogo un musicista coi controcazzi. Il pubblico, poco numeroso ma variegato e partecipe, sembra condividere il mio entusiasmo. Ci tengo anche a manifestare pubblicamente la mia riconoscenza a dei ragazzi in prima fila, che mi dimostrano come si possa ballare il post-punk senza sembrare degli idioti. Prevedibilmente, la setlist è breve: otto pezzi per un’ora di concerto. I brani migliori li suonano all’inizio, in particolar modo mi riferisco a ‘The Weather Song’, ‘Habit’ e ‘Pleasant Heart’. Da registrare la scelta di suonare due brani inediti a scapito di altri presenti nella loro pur breve discografia. Talvolta le parti strumentali, presenti anche sul disco, vengono allungate un po’ gratuitamente. E mi lascia interdetta la scelta di non suonare ‘Waiting’, che è la cosa più simile a un singolo che abbiano mai pubblicato. Ma sono dettagli. Non so se un giorno potrò dire che “Io c’ero quando gli Ought suonarono la prima volta a Roma”, sinceramente non credo. Credo però che se un giorno capiranno che non è un crimine scrivere qualche ritornello in più, certamente saremo più di sessanta a vederli, la prossima volta. Quel che è certo è che stasera sono promossi a pieni voti.

Elisa Fiorucci