Orange Goblin @ Forte Prenestino [Roma, 2/Dicembre/2006]

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Serata per palati abrasivi quella di stasera. In una fredda notte semi tardo autunnale al Forte Prenestino avrà luogo un festival stoner/doom che si rivelerà micidiale. Assieme al fedele amico Davide, mi dirigo, intirizzito nelle ossa a causa di una cazzo di umidità infernale, verso l’ameno CSOA sulla Prenestina.

Bisogna aspettare la fine della partita della Roma per vedere un pò di gente e infatti i Doomraiser saliranno sul palco verso le 23.15. Chi non li conosce farebbe bene ad interessarsene. Nati un paio d’anni fa, hanno bruciato letteralmente le tappe. Con ex membri di IV LUNA, Jailbreak e altre band romane danno vita ad un progetto di doom integralista che li vede, nel giro di pochi mesi, pubblicare un demo, suonare praticamente ovunque in Italia, reaizzare un disco nuovo di zecca per la Iron Tyrant Recs, partecipare al più importante festival Doom in Europa, il Doom Shall Rise, e imbarcarsi per un tour europeo a settembre/ottobre. Visto che suonano un genere assolutamente ostico e di nicchia sembra quasi impensabile, eppure la band si sta togliendo mille soddisfazioni. Il loro set di 50 minuti è composto da 5 canzoni e lascia assolutamente il segno: lentissimi ma pesanti come un caterpillar che ti passeggia sulla trippa, annichiliscono i presenti per la presenza di riff infernali, e quando premono un pò sulla velocità si vedono le capocce dei numerosi presenti sbatacchiare all’unisono in una specie di catarsi cosmica. Lunghi momenti psycho assieme a mazzolate sul cranio. Applausi strameritati, per uno dei migliori gruppi doom in Italia.

Non conoscevo gli El Thule, trio incendiario di Bergamo che mi ha lasciato a bocca aperta. Se i Doomraiser avevano proposto un set elefantiaco ecco che gli El Thule hanno un approccio verso il loro stoner decisamente più dirompente. Propongono il disco di prossima uscita a Gennaio; il suono è quello di un gruppo garage ma con un tiro psycho arrapante. Ecco allora chitarroni con wha wha infilati ovunque, ritmiche telluriche, canzoni costruite in maniera mai univoca. Che vuol semplicmente dire cascate di riff uno dietro l’altro, cambi di tempo e attitudine rabbiosa. Prendono a calci in culo tutto e tutti. Memorabili.

Potevo già essere soddisfatto della serata ma non avevo considerato gli Orange Goblin. Beh si, conoscevo la band, sapevo che sono un gruppo che dal vivo avrebbe probabilmente dato vita ad uno show decisamente fisico però ecco… insomma… mica pensavo che avrebbero raso al suolo il Forte. Nati a metà anni novanta questi quattro depravati di stoner anni ’70 vengono messi sotto contratto dall’etichetta di Lee Dorrian (se non sapete chi è smettete di leggere la recensione), la Rise Above Records e, piano piano, arrivano a procurarsi un enorme seguito di fan in Europa e Stati Uniti. Guidati dal terzo cantante più brutto al mondo, (inarrivabili il singer dei Candlemass e Lemmy) si presentano sul palco del CSOA in maniera assolutamente amichevole con birre alla mano, panze capienti e sorrisoni. Niente tristume insomma. Aprono con “Some You Win, Some You Lose” dall’ultimo album e si scatena l’inferno. Ora, io non starò qui a tediarvi con l’elenco delle canzoni, che manco mi ricordo tra l’altro, vi dirò solo che gli Orange Goblin mi hanno fatto godere come pochi. Lerci, luridi, sporchi come dei camionisti della Virginia, hanno provocato il caos. Un muro di suono che ha scavato nella capoccia dei presenti e ci si è conficcato dentro continuando a scavare, scavare, scavare fino a maciullarci, veloci, dirompenti, una chitarra che sembrava valerne per quattro, il cantante che ci incitava a romperci le ossa, il pubblico che si rompeva le ossa, ritmiche massacranti, pochissime pause. Hanno suonato come se contemporanemanete sul palco ci fossero MC5, Hawkwind e Blue Cheer, cioè il massimo della vita. Non avrei mai smesso di ascoltarli ma purtroppo hanno dovuto anche loro finire il concerto, merda, di solo un’ora e un quarto. D’ora in poi, Orange Goblin every morning (chi riconosce la citazione è un vero goblin)!

Dante Natale

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