Opeth @ Alpheus [Roma, 17/Dicembre/2006]

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Non sono mai stato un appassionato degli Opeth, ma il consenso generale mi ha spinto più volte a forzarmi in più riprese all’ascolto della loro produzione, dando retta come al solito alle voci più diverse che mi arrivavano: “senti i primi”, “senti gli ultimi”, “sentili tutti”, “non sentirli”. Al momento del concerto i commenti così tanto contrastanti si sono annullati a vicenda e per una volta sono andato ad assistere a qualcosa con la predisposizione più neutrale, senza avere aspettative né negative né positive, con la sola speranza che l’ascolto live avrebbe acceso in me quel qualcosa che i dischi avevano sempre tenuto spento. Lo scenario è familiare: i posteggiatori, il gazometro, il porchettaro, le transenne, la fila, i metallari, le birre, i rutti. Il pubblico però è variegato, i biglietti sono esauriti da tempo, e ai metallari giovani o stempiati (in chi dei due mi riconosco lo lascio in sospeso) sono frammisti darkettoni e distinte persone qualunque provenienti dalla città e dalle province del centro-sud. Gli Amplifier, volenteroso trio di Manchester, non sfigurano, proponendo un vigoroso stoner (così si chiama, no?) che scalda un po’ gli animi ma in fondo non ci fa sussultare, effetto che personalmente un po’ tutto il genere mi suscita.

Dopo la necessaria pausa eccoci al dunque: il look dei cinque è quello più classico dei metallari conterranei di Björn Borg, con i capelli a mezza schiena appena asciugati e un abbigliamento sobrio e accattivante. Ah, la musica. Fin dai primi pezzi si avverte una certa energia senza eccessi ineleganti, supportata da intelligenza, classe e preparazione tecnica. L’acclamatissimo (forse anche troppo) batterista costruisce accuratamente tempi semplici e irregolari sui quali si stendono i riff e gli arpeggi e il basso onesto e presente. Per la verità riusciamo ad apprezzare la chitarra ritmica solo nei momenti solistici disegnati del cantante (anche di gusto), forse per scelta o forse per l’approssimazione nella scelta degli equilibri sonori. La voce passa dal growl più classico ad un pulito corretto ma anonimo, che poco personalizza i pezzi. Il tastierista ogni tanto ci dice “ehi, sono qui!” tirando fuori suoni anche caratterizzanti e a volte vagamente hammondiani. Si susseguono pezzi presi qua e là dal vasto repertorio, senza distinzioni pregiudiziali fra vecchia e nuova produzione. Il lavoro dell’addetto alle chitarre è forse il più impegnativo: ad ogni pezzo vengono impugnate due diverse fra le sette P.R.S. a disposizione. Il povero accordatore cromatico ha molto lavoro. L’approccio con il pubblico è una nota degna di merito: il cantante-chitarrista è un frontman carismatico e dialoga a lungo con la gente fra un pezzo e l’altro simpaticamente e senza annoiare. La bimba con le cuffie antirumore che assiste allo spettacolo (presumibilmente del padre) in braccio alla mamma nel backstage dà quel tocco di umanità che altrimenti mancherebbe. I pezzi che compongono la lunga scaletta sono articolati, studiati con intelligenza, a tratti energici e d’atmosfera, pesanti e puliti, ma se dovessi dire di aver provato qualche emozione non ho paura di dire che mentirei. L’innovazione c’è e non possiamo togliere questo merito ai nostri svedesi, che sicuramente sono fra i pochi ad affondare le proprie radici in generi diversi dal solito metallo: si sentono, anche se molto vagamente, gli influssi degli anni Settanta conditi con atmosfere gotiche e psichedeliche. Tirando le somme, a mio parere la ricerca dell’innovazione va nel caso degli Opeth un po’ troppo a discapito dell’ispirazione, facendo sì che il messaggio artistico sia soffocato fra le dinamiche forzate e le atmosfere spesso sterili. Anche stavolta nessuna scintilla si è accesa e credo che per il momento non ci proverò di nuovo. Non me la sento però di dare un giudizio assoluto né di condannare i tanti fra il pubblico che apparivano entusiasti dallo spettacolo. Posso comunque dire di aver assistito al concerto di un buon gruppo che si impegna a fare il proprio lavoro e almeno a ricercare l’originalità. Ma è sufficiente ciò?

Simone Serra

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