Oneohtrix Point Never @ Auditorium [Roma, 30/Aprile/2014]

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Rischiava di saltare il concerto romano di Oneohtrix Point Never. L’annuncio dell’annullamento della data milanese aveva generato più di qualche legittimo dubbio sulla concreta possibilità che l’esibizione all’Auditorium Parco della Musica si tenesse normalmente. Con un tweet, per fortuna, Daniel Lopatin ha tranquillizzato sia il pubblico lombardo, affermando che si proverà a recuperare la data a giugno, sia quello della Capitale, confermando che il concerto si sarebbe svolto “su una gamba”, lasciando presagire quindi un infortunio a uno degli arti inferiori. In effetti, a fine spettacolo l’artista americano si allontanerà dal palco zoppicando vistosamente. Auguriamo a Daniel una pronta guarigione. Oneohtrix Point Never è sicuramente uno dei nomi più importanti nel panorama della musica sperimentale mondiale. Recentemente fresco di debutto su Warp Records con l’ottimo ‘R Plus Seven’, l’artista di stanza a Brooklyn è da anni fautore di una nutrita produzione di album ed EP – non solo sotto il suo pseudonimo principale ma anche con altri moniker (Chuck Person su tutti) – nonché della colonna sonora di “Bling Ring”, film di Sofia Coppola. Considerato tra i padri ispiratori dell’hypnagogic pop e della vaporwave, al di là di bizzarre definizioni di genere Lopatin è un musicista di indiscussa caratura, capace di flirtare con le arti visuali e di portarne il risultato finanche al MoMA di New York.

La serata targata Meet In Town ha come cornice la Sala Petrassi. In apertura, davanti a una platea ancora in corso di riempimento e nel buio più assoluto, ampio spazio a Lorenzo Senni, uno dei talenti elettronici di casa nostra. Il milanese, nei suoi quasi quaranta minuti a disposizione, sviluppa lunghe composizioni che, partendo da loop estremamente minimali, si arricchiscono pian piano di freddi strati sonori, in una sorta di piramide di suono costruita mattone dopo mattone verso il cielo. Indubbie le competenze tecniche mostrate dall’artista lombardo nel corso dell’esecuzione. L’esibizione in sé, tuttavia, non ci convince, vuoi per la mancanza di un lato visuale che incrementerebbe la portata cognitiva del set (non prevedere immagini è comunque una scelta artistica rispettabilissima, sia chiaro), vuoi soprattutto per una certa mancanza di dinamismo che rende il tutto troppo fine a se stesso, in una sperimentazione dal sapore autoreferenziale che francamente ci lascia alquanto indifferenti. Pochi minuti e fa il suo ingresso in scena Daniel Lopatin, accompagnato dal fido visual artist Nate Boyce. Il buio che prima predominava viene violentemente squarciato dalle immagini che, per tutto l’arco dell’esibizione, accompagneranno i pezzi di Oneohtrix Point Never. Si verte principalmente su estratti da ‘R Plus Seven’, ma ben presto si è sopraffatti dalle magie del duo e concentrarsi sulla scaletta diventa ininfluente. Il connubio immagini/suoni è sorprendente, totalizzante, avvolgente, frastornante. Mentre Lopatin sciorina suoni e campionamenti con indomita sapienza dettando i tempi del viaggio, Boyce crea e distrugge sculture digitali, ora astraendo oggetti del reale, ora muovendo per orizzonti indefiniti e non identificati. Fare e disfare. Aggregare e disaggregare. È questa la chiave di volta concettuale del progetto Oneohtrix Point Never e del suo sviluppo musicale e grafico. È musica concreta che fa volare. È Stockhausen che si innamora dei Boards Of Canada. È l’ambient di Brian Eno sfaldata dai droni. È uno spettacolo plurisensoriale e polivalente che chiama in causa lo spettatore e lo rende protagonista (in)attivo del percorso. Le immagini destabilizzano, confondono, rassicurano, spaventano. È Dada del XXI secolo. È distopia cyberpunk. È ingegnosità anarchica. Timidi applausi vengono rivolti agli artisti quando lo stacco tra i pezzi è più definito. Un lungo applauso finale saluterà Lopatin e Boyce dopo un’ora di esibizione. Oneohtrix Point Never è l’Aphex Twin degli anni Dieci? Può essere. Senza dubbio, però, in circolazione di sperimentatori così personali, così completi, così coraggiosi non ce ne sono (e se ce ne sono son pochissimi).

Livio Ghilardi

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