Oneida @ Init [Roma, 20/Marzo/2015]

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Una scheggia impazzita della New York a cavallo tra i Millenni. Così si presentano gli Oneida alle orecchie degli ascoltatori e agli occhi di chi poi assiste a uno dei loro concerti. Un mischione di garage velvetundergroundiano, psichedelia acida, elettronica minimale, treni ritmici kraut, grassissimo stoner e sghembo free-jazz, del tutto privo di steccati di genere o di barriere cronologiche. Una schizofrenica libertà fatta band. Ispiratisi nel nome a quello di una tribù indiana, i cinque americani tornano nuovamente a Roma senza particolari esigenze promozionali ma con uno dei banchetti del merchandise più ricchi che abbia mai visto. L’apertura affidata ai People Of The North di Kid Millions e Bobby Matador (rispettivamente batterista e tastierista/cantante degli Oneida) si rivela un antipasto del concerto principale. Infatti, essendo giunti all’Init sull’ultima parte dell’unico brano strumentale di mezz’ora eseguito, siamo sorpresi trovando già sul palco i cinque Oneida al completo. Un amico più puntuale di noi ci svelerà il bluff: anche il resto della band ha deciso di affiancare i due intestatari del side-project, regalandosi un warm-up personalissimo. Terminata la jam, i mattacchioni tornano brevemente nel camerino per poi ripresentarsi sul palco dopo un quarto d’ora, pronti ad affrontare una nuova scaletta e una diversa pasta sonora, quella a cui ci hanno abituato da quindici anni. Dinanzi a loro una più che discreta e calorosa cornice di pubblico, incitata a diverse riprese da un euforico Hanoi Jane. Lo show dura un’ora abbondante corredata dal bis di rito. Gli Oneida regalano all’amata Roma una sconvolgente carica sonora fatta di esplosioni improvvise di chitarra contornate e sorrette da ripetitivi tappeti musicali dove tastiere e batteria kraut fanno la voce grossa. Ci si perde nei labirintici percorsi segnalati dalle convulse geometrie sonore che la band disegna con incredibile capacità tecnica e grande affiatamento. I brani sono dilatati nelle strutture ma non perdono l’impatto deflagrante, semmai acquisiscono efficacia proprio in virtù delle lunghe partiture strumentali che – come astronavi sulla rampa di lancio – traghettano alle esplosioni dei ritornelli di scuola garage. Si ride e si scherza, ma musicalmente gli Oneida fanno sul serio e lo dimostrano costruendo uno spettacolo con pochissimi cali di tensione. Non è mancato infatti qualche rarissimo momento più appannato e interlocutorio, in cui la resa sonora del gruppo è apparsa un po’ fine a se stessa. Solo piccolissime pecche in uno sconfinato mare di musica bizzarra, (auto)ironica e sorprendente. D’altronde se prendi Blue Cheer, Suicide e MC5 e li porti al parossismo non puoi che avere tutta la ragione dalla tua. Ad avercene di band così. Daje forte Oneida, vi aspettiamo al prossimo giro più deliranti che mai.

Livio Ghilardi

1 COMMENT

  1. Gran serata! Come sempre con loro, d’altronde… Volevo aggiungere per completezza che – oltre ad aver presentato credo tre inediti dal prossimo disco – ci hanno dedicato una imperfetta ma sentitissima cover di “S.P.Q.R.” dei This Heat e a seguire (l’hanno detto loro post-concerto se no non l’avrei mai riconosciuta) una rivisitata “All Data” dei Chrome. Peccato per il tempo limitato, se no penso avrebbero continuato a oltranza…

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