Oneida @ Circolo degli Artisti [Roma, 23/Marzo/2013]

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Gli Oneida: una storia di alcol e rock’n’roll. Perché questo è stato il 23 marzo al Circolo degli Artisti. Quando Hanoi Jane è salito sul palco sbronzo fradicio, noi del pubblico si pregustava quale sarebbe stato l’andazzo della serata. Quando poi lo hanno raggiunto gli altri compagni (Bobby Matador in particolare), allora le velate supposizioni iniziali sono state spazzate via, facendo posto a certezze più che fondate. Sempre Hanoi Jane, prima di cominciare a suonare, si fa un giro di tutti i membri della band, concedendo a tutti un abbraccio e dolci parole sbiascicate all’orecchio che non ci sarà mai dato sapere quali fossero. Dopo questi sbronzi convenevoli si arriva al dunque, e gli Oneida cominciano a darci dentro con il loro rock-sintetico-danzereccio molto guascone. Chitarroni che sparano riff profondi, tastiere di memoria settantiana accostabili ad un certo tipo di krautrock (o perché no alla disco music), ritmiche incisive e linee vocali inesistenti (non perché non fossero presenti nei brani, semplicemente erano impossibili da udire), il concerto assume una bella piega caciarona che tanto piace agli avventori dei locali. Il problema si pone quando gli Oneida decidono di improvvisare: quasi dieci minuti in cui ogni musicista fa letteralmente “cose a caso” col proprio strumento. Perduti tra i fumi dell’alcol e delle sigarette accese di soppiatto tra le prime file, gli Oneida errano in una terra di nessuno, stracciando il legame che fino a pochi minuti prima erano riusciti ad allacciare col pubblico (esemplificativi i commenti che si susseguivano durante la performance del tipo “ma che è ‘sta cagata”, “so’ bbono pur’io”, “oh, che du’ cojoni”).

Sì, probabilmente da quel momento si è rotto qualcosa, dato che i brani proposti successivamente sono stati accolti molto più tiepidamente rispetto ai precedenti (nonostante gli stessi proseguissero sulla falsa riga dei primi, dimostrazione del fatto che non è stata la qualità in se dei pezzi a scemare, bensì il rapporto stesso tra musicista ed ascoltatore). Bobby Matador tenta di risollevare la situazione, ed in parte ci riesce, ammettendo che quelli sul palco altro non erano che “the end of civilization”, a cui risponde poi Hanoi Jane con una specie di rigurgito ed un sorriso a dir poco sbilenco (per non smentire le parole dell’amico). Chiudono con ‘Sheets of Easter’, e gli infiniti quattordici minuti di reiterazioni rimangono indigesti ai più, tanto che il mancato bis non sembra dispiacere più di tanto (io odio i bis in qualsiasi caso, ma questa è un’altra storia), e così tra un rutto e un gesto delle corna e uno strilletto “rockenrooollll!!!” termina la serata. Che è finita come è cominciata, senza grosse pretese, senza lasciare un particolare segno nella memoria di noi presenti. “Ma che pretendi per otto euro?”, mi ha detto un mio amico. Mah, siamo arrivati a fare questo tipo di discorsi. E probabilmente ha anche ragione.

Stefano Ribeca

2 COMMENTS

  1. …i dieci minuti nei queli “i musicisti facevano letteralmente cose a caso…”…non era altro che un estratto dal loro “A List of the Burning Mountains”, sicuramente sperimaentale, ma notevole ultimo disco del gruppo!!!…per il mio modestissimo parere, ma anche alla luce di una perlomeno più “preparata” predisposizione, grandissimo concerto e grandissima band…

  2. Dunque, premetto di essere un discreto fan degli Oneida, ed anche un mezzo “amico” (visti al primo concerto romano 10 anni fa, suonato prima di loro al secondo, incontrati in giro tante altre volte, in passato ci siamo scritti eccetera), quindi sono certamente di parte, ma al contempo mi sforzerò di essere oggettivo.
    Io sabato sera mi sono divertito molto, forse come non mai a un loro concerto: se prima come trio erano potenti e affiatati ma poteva esserci qua e là qualche “falla sonora” o momenti meno riusciti ogni tanto, la formazione a cinque (che avevo già visto in azione a Ravenna qualche anno fa, con viva e vibrante soddisfazione) si è confermata capace di creare un compatto ma colorato muro di suono, la scaletta è stata fortunatamente varia (nonostante le ultime uscite discografiche e le scalette di pochi giorni prima, vedi sotto), loro – ubriachi/fatti o meno – erano presi benissimo e coinvolti anche fisicamente, il locale (grazie al prezzo contenuto, all’abbonamento con gli Swans e al sabato sera) era discretamente pieno di gente che al momento mi sembrava apprezzasse molto (tranne i “basta” di due ragazze accanto a me dopo qualche minuto del tour de force finale di “Sheets of Easter”, ma ho pensato che fossero lì per caso o per la discoteca, poi il pezzo è oggettivamente un massacro sia da suonare che da ascoltare quindi il “basta” ci stava)… gran bella serata insomma, sono uscito dal Circolo particolarmente contento.
    Sono dunque rimasto abbastanza stupito leggendo qualche giorno dopo la recensione di Stefano (con il quale invece tante altre volte sono stato d’accordo, quindi ovviamente nulla di personale), sia per le sue osservazioni che per quelle del pubblico accanto a lui, prontamente e giustamente riportate nell’articolo. Ora, non è che si debba pretendere unanimità di giudizio e di gusto, però ci sono alcune cose che vanno dette (e il commento prima di me in parte le anticipa, seppure in modo sintetico e forse sgarbato).
    Anche se lo stile degli Oneida (che in realtà hanno più stili, ma in effetti dal vivo la loro proposta è meno eclettica di quella fornita in 15 anni di discografia – purtroppo) è piuttosto particolare e composito, a voler essere generici penso che potremmo tutti concordare con la definizione di “rock psichedelico”: queste due parole – che già da sole in un certo qual modo, declinate nella concezione più estrema e/o parodistica, autorizzebbero anche a salire sul palco ubriachi fracichi e suonare cose a cazzo (il che NON E’ stato, per fortuna) – ci portano alla mente un’esperienza musicale ormai lontana nel tempo per origine e massimo splendore, ma ancora fortunatamente radicata nella forma sonora e soprattutto nel “sentire” di molte band, tra cui appunto gli Oneida: all’interno di questa esperienza, a partire dalla fine degli anni ‘60 fino alla metà del decennio successivo, non era affatto inusuale imbattersi in brani lunghi e dilatati, sia su disco (dove spesso un brano o una suite occupava un lato interno del vinile) sia soprattutto dal vivo, dove l’anelito sperimentale e/o la “fattanza” di musicisti e pubblico prendeva il sopravvento anche per oltre 20 minuti, in brani a volte strutturati rigidamente o con un semplice canovaccio, a volte dichiaratamente improvvisati (con esito più o meno positivo, a seconda della serata e del contesto); le possibilità erano molte, a seconda della vicinanza della band al free jazz piuttosto che all’avanguardia o al semplice concetto di “jam rock-blues”, del desiderio di ipnotizzare l’audience piuttosto che di trasportarla in immaginifici paesaggi di mondi lontani o semplicemente di farla “sballare”, ecc.. Ad agevolare il tutto c’era appunto un pubblico sulla stessa lunghezza d’onda, vuoi perché mediamente più attento e preparato di quello odierno (che faceva diventare piccoli successi [neppure troppo] underground mattoni teoricamente indigeribili come “Third” o “Ummagumma”, d’altronde invogliati o comunque incuriositi da una stampa specializzata che immagino spingesse anche proposte di questo tipo, o altre cose non leggerissime come Zappa o i Quicksilver di “Happy Trails”)… vuoi perché semplicemente fatto come una pigna, proprio come i musicisti che ascoltava.
    Gli Oneida – che pure hanno influenze punk, hard rock, garage, etc. – da sempre si inseriscono in questa tradizione (per forme, intenti e contenuti), si muovono da anni seguendo un loro dichiarato mood diciamo “artistico-spirituale”, e pur proponendo per lo più “canzoni” ritengo che è all’interno di questo contesto che vada visto e giudicato un loro concerto.
    A rafforzare questo assunto di fondo in modo piuttosto evidente ci sono le ultime due uscite discografiche del gruppo (l’oscuro ambient-industrial di “Absolute II” del 2011 e il “viaggione” krauto di “A list of the Burning Mountains” dell’anno scorso), entrambe interamente strumentali e comprendenti brani della durata rispettivamente di 10 e il 20 minuti, e il lungo brano in cui Stefano credeva che i cinque stessero cazzeggiando riascoltando la registrazione si direbbe proprio una versione accorciata del “secondo lato” dell’ultimo album (venuta anche piuttosto bene se escludiamo le incertezze verso il finale, dovute agli applausi che li hanno evidentemente e giustamente portati a tagliare il pezzo anzi tempo). Ma d’altronde anche l’uscita precedente – il decisamente troppo prolisso “Rated O”, triplo capolavoro mancato di ormai quattro anni fa – era per due terzi strumentale e marcatamente sperimentale e/o “dilatato”, e il disco ancora prima una suite strumentale e incalzante di tre movimenti in 45 minuti; e a ben vedere anche in molti dei loro album più “pop” – oggettivamente i migliori, sia ben chiaro – era spesso e volentieri presente un lungo brano “meditativo”, come i 14 minuti che chiudono “Secret Wars”o il penultimo pezzo di “The Wedding”; e che dire di “Each One Teach One”, che li ha portati alla ribalta 10 anni fa con la famigerata “Sheets of Easter” e altre più o meno lunghe stramberie assortite?
    In sostanza, è un po’ strano andare a un concerto degli Oneida e lamentarsi o stupirsi perché si sono lasciati andare a un lungo pezzo strumentale più o meno improvvisato, o perché hanno concluso con un quarto d’ora in cui urlano “light” su di un’unica nota senza variazioni ritmiche… cazzo, ma è quello che hanno sempre fatto! È come andare a vedere Neil Young coi Crazy Horse per poi all’uscita commentare delusi “eh ma che palle, ha fatto pezzi lunghi e assoli di chitarra di 10 minuti”. E’ come stupirsi se i Sonic Youth fanno rumore, se i MBV suonano pezzi dissonanti a volume alto, se il compianto Jason Molina faceva musica triste, se Prince dal vivo è troppo funky, se i Cure hanno in scaletta pezzi dark, se Springsteen è americano, ecc. E che je voi fa’, questi so’ fatti così.
    Senza contare poi la svolta diciamo “isolazionista” delle ultime uscite di cui sopra, per cui il rischio di andare a sorbirsi un ininterrotto pastone psichedelico di un’ora e passa in effetti c’era, e infatti un mio amico che li ha visti a Oslo una settimana prima mi aveva riferito deluso che avevano fatto solo tre canzoni per poi passare al “pezzo improvvisato” di VENTI minuti e SUBITO DOPO ai 15 minuti di “light-light-light-light”, il che ha decisamente stroncato la serata del già non caldissimo pubblico norvegese (oltre alla sua), che non si è ripreso neppure con il lungo bis “dance” conclusivo di “Up with People”: ecco, questa magari è stata un’esagerazione (spero dovuta a limiti di tempo o ad abuso di droghe pesanti). Ma i concerti italiani sono stati fortunatamente più equilibrati, a Roma appunto “la mazzata” è stata accorciata e a seguire, prima della lunga catarsi finale (di cui io personalmente farei anche a meno, e forse dopo 10 anni pure loro… ma gliela chiedono sempre, è la loro involontaria “hit”), altri cinque bei pezzi – tra cui mi pare un inedito – per complessivi 30 minuti di “buon vecchio rock”, si andavano ad aggiungere ai 15 e passa dei pezzi iniziali. Se il Circolo non avesse negato l’acclamato ritorno sul palco per dare inizio alla discoteca rock dei miei coglioni, ci sarebbe stato anche un piccolo bis: a me – che pure sono stufo della liturgia del bis a tutti i costi – non credo sarebbe dispiaciuto, perché a leggere la scaletta di Milano non si sarebbe trattato di roba ostica, bensì di un pezzo rock’n’roll da uno dei primi album che avrebbe fatto virare definitivamente la serata verso la dimensione del buon “intrattenimento”, del sudore e del divertimento. Ma per quanto mi riguarda, appunto, è andata comunque così. Mi spiace che altri si siano straniti per 12 minuti e qualcosa di psichedelia liquida a metà scaletta, ma temo sia stato più un problema degli ascoltatori che della band.
    E qui finalmente (si lo so, sono prolisso, ma tanto se state leggendo un COMMENTO di una rece su N.A. in un weekend di Pasqua significa che non avete veramente un cazzo da fare come me, dai) arrivo alla considerazione generale a cui tenevo veramente dopo la lettura dell’articolo: ora, io non penso che Stefano – né qualsiasi altro spettatore – debba “prepararsi” come per un esame quando va a un concerto (molti dei recensori di N.A. non sono infatti giornalisti, ma semplici appassionati che generosamente condividono con noi lettori le loro esperienze, e di questo approfitto ancora una volta per ringraziarvi), semmai in certi casi – tipo gli Swans la sera prima – è bene “essere preparati” nel senso di “sapere a cosa si va incontro”, per la propria incolumità! E non ho niente contro il pubblico casuale (se non chiacchiera e non fuma – utopia, ovviamente), anzi è bellissimo trovarsi a un concerto per caso e scoprire qualcosa che ti piace o ti interessa, anche solo riguardo a una parte della proposta artistica. È capitato spesso anche a me, e io ho cercato di farlo capitare a qualche amico quando possibile. Ma questo presuppone un’apertura di fondo verso la band che sta sul palco: anche se non siamo “preparati” alla loro proposta, nel momento in cui ci troviamo lì – dove tra l’altro solitamente nessuno ci ha trascinati a forza – è interesse comune cercare di capirla al momento, capire cosa stanno facendo e perché lo fanno; e non è una questione di “capire il genere”, di incasellarlo in una qualche categoria preesistente, si tratta proprio di cercare di capire cosa il gruppo sta cercando di comunicare (ovviamente se sta comunicando qualcosa, purtroppo molti danno solo aria ai denti), altrimenti non si creerà mai l’empatia necessaria alla vera riuscita di un concerto.
    Ora, quando Stefano scrive che gli Oneida, proponendo quel pesante estratto dall’ultimo album (psichedelia comunque di buon livello, non dissimile da quella proposta da qualsiasi gruppo medio-alto tedesco nei primi ’70), hanno “stracciato il legame che fino a pochi minuti prima erano riusciti ad allacciare col pubblico”, a mio giudizio commette un errore metodologico di fondo: non è l’artista che deve andare verso il pubblico, ma il pubblico che deve (dovrebbe) andare verso l’artista. Lo so che messa così può sembrare una dichiarazione paradossale, ma anche questo è un triste segno dei tempi. Il “rapporto stesso tra musicista ed ascoltatore” a cui fa riferimento Stefano si costruisce appunto in due, e dei due è il pubblico la componente variabile, giacchè l’artista/band non può che arrivare con la sua proposta già pronta, non può che essere quello che è: non si tratta (solo) di una questione di “integrità”, è proprio una roba pratica, perché il repertorio e la strumentazione che una band si porta in giro per il mondo sono gli stessi ad ogni latitudine (come d’altronde il gusto musicale, la sensibilità umana, la capacità strumentale, l’esperienza, ecc.). Si può tagliare o modificare la scaletta quando si suona a un festival o in apertura a un nome più grosso, ma la sostanza della band (se c’è) non potrà non rimanere la stessa.
    Sto insistendo su questo punto perché temo che il concetto neanche troppo sottinteso della recensione (per cui il concerto è partito con “una bella piega caciarona che tanto piace agli avventori dei locali”, ma poi la band avrebbe rovinato tutto facendo qualcosa che non ci si aspettava) porti dritto dritto a quello della “musica come mero intrattenimento”: io non ho niente contro questo concetto, sia chiaro, la musica leggera o “di largo consumo” esiste da sempre e spero continui ad esistere a lungo, visto che sono anch’io ad usufruirne. Ma non può esistere SOLO l’intrattenimento, né possiamo confinare tutto ciò che esce dai ranghi nelle eleganti sale dell’Auditorium o di qualche teatro con la prestigiosa etichetta di “musica seria” (e neppure soltanto in altri meno eleganti luoghi deputati, tipo al Dal Verme davanti a 28 persone): la mescolanza è da secoli il sale della musica e dell’arte, e fino a pochi anni fa molti gruppi “irregolari” potevano ambire, se non al successo, almeno al rango di gruppo di culto. Adesso ho l’orribile sensazione che la progressiva “normalizzazione” dell’indie (o di ciò che ne restava) negli ultimi dieci anni abbia portato a un irrefrenabile livellamento verso il basso di gruppi, pubblico e critica, al punto che qualsiasi “voce dissenziente” possa essere isolata e/o derisa, che non possa più essere tollerata qualsiasi “stranezza”,che una band classificata e “schedata” come “rock” non si possa permettere una piccola escursione in campo free-impro [tra l’altro: ma se il pezzo dell’altra sera vi è sembrato “suoni a cazzo, ce so bbono pure io”, allora cosa avreste fatto se foste capitati per caso a un concerto dei No Neck Blues Band o dei vecchi Jackie O’Motherfucker o della Vibracathedral Orchestra? Vi sareste sparati sulle palle? Boh]. Ho da un bel po’ questa brutta sensazione per cui – oltre agli sforzi dell’industria per far uscire principalmente dischi con “un bel suono”, “una buona scrittura”, “ben arrangiati”, etc., tutto ovviamente in culo alla sostanza – ci si inizia ad aspettare che anche le esibizioni live siano tarate sui gusti del pubblico medio, degli indie con frangetta e spillette, degli studenti fuori sede e dei turisti, del serpentone umano in paziente fila per entrare al circolo all’una e un quarto [ma nun ce l’avete ‘na casa? ma perché nun dormite la notte, li mortacci vostra!], in parole povere dei sopra citati “avventori dei locali”: bene, posso assicurarvi che non sono uno snob e neppure un misantropo totale, ma il “pubblico casuale” (o meglio, il “pubblico non abituato ad ascoltare musica dal vivo”, per cui chiacchierano-ridono-urlano-cantano- fannocosesbagliate) già mi tocca cibarmelo ai “grandi eventi” tipo il Boss o i Radiohead, almeno nei piccoli locali mi piacerebbe che la maggioranza degli astanti continui ad essere composta di appassionati di musica, estimatori di quella particolare band o semplici curiosi; ben vengano gli avventori, se pagano il biglietto aiutano a mandare avanti la baracca e anche a riempire la sala, però devono cercare – insieme a tutti gli altri – di creare quel “rapporto tra musicista e ascoltatore” di cui sopra: se devono chiacchierare, fumare, passare ogni 10 minuti con tre birre in mano e versarmene un po’ addosso, fare commenti idioti o disturbare in altro modo, allora consiglierei agli avventori di uscire dalla sala per andare a fumarsi una sigaretta in giardino con gli amici, o in alternativa di andare a FANCULO (da soli o in compagnia). Questo ovviamente non ha che fare con la serata in questione, è un discorso generale (purtroppo sempre attuale). Attenendosi allo specifico di sabato scorso, è chiaro che la serata era “per molti ma non per tutti”. “Sheets of Easter” a me diverte ma capisco possa essere insostenibile nella sua ossessiva ripetitività, anch’io non riesco ad ascoltare i capolavori di Steve Reich o Philip Glass (NON è un paragone, solo un esempio), dopo due minuti mi sale l’angoscia… e infatti non li ascolto. Non è che vado all’auditorium e dopo un po’ che iniziano a suonare mi metto a gridare “basta”. Vabbè.
    Un’ultima cosa che mi ha fatto veramente girare i coglioni: a parte le valutazioni sulla “serata senza pretese” che “non avrebbe lasciato un segno sulla memoria dei presenti” (e come ho detto all’inizio tutti i gusti son gusti, non è che ad tutti debba piacere tutto per forza [anche se oggigiorno sembrerebbe di sì], per cui dissento – insieme a un’altra dozzina di entusiasti conoscenti – ma rispetto le posizioni del recensore), ho trovato sinceramente inaccettabile ANCHE SOLO l’ipotesi ventilata dall’amico per cui “se il concerto costa poco vale poco”: ma dai, ma che stronzata è? Se faccio mente locale posso ricordare un sacco di concerti incredibili pagati cifre irrisorie o addirittura gratis (non faccio una lista per non tediarvi ulteriormente). Al contrario, quasi sempre più si paga e più si vede e si sente male, se non altro perché si è in tanti (e più si è in tanti più è pieno di gente fastidiosa, vedi i “grandi eventi” di cui sopra). O comunque è un discorso che non ha senso, se il gruppo ha un cachet basso significa semplicemente che non ha avuto fortuna commerciale, non che “valga poco” dal punto di vista artistico. Purtroppo anzi spesso il cachet è inversamente proporzionale al valore effettivo della band. La vita è dura. Per quanto mi riguarda il concerto dell’altra sera sarebbe potuto costare tranquillamente 12 o anche 15 euro, non ci avrei visto nulla di strano, e probabilmente altre date europee o in nord Italia erano più care: qui abbiamo pagato otto euro grazie alla crisi, alla politica commerciale del Circolo e agli Oneida che amano (in parte ricambiati) l’Italia, e pur facendo altri lavori per vivere – come gran parte dei musicisti “che valgono poco“ – continuano a sacrificare le loro ferie per suonare sei date nel resto d’Europa e cinque da noi, coprendo appena le spese (spero), solo per il gusto di tornare ragazzi per un po’, fare una gita nel vecchio continente, ubriacarsi in giro per la città più bella del mondo, fare gli scemi sul palco e suonare quelle “cose a caso” che a loro piacciono tanto.
    Buona Pasqua a tutti
    Andrea

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