One Dimensional Man @ Init [Roma, 28/Aprile/2011]

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La prima impressione, poi smentita, è che il prezzo proibitivo e la concorrenza spietata dei Ministri al di là del muro abbiano lasciato il locale mezzo vuoto. Ma evidentemente il trio milanese e il riformato trio veneto si rivolgono a fette di pubblico differenti – e meno male. L’alveo dell’Init, abbastanza arieggiato durante il live dei Fast Animals And Slow Kids (bravini, d’intonazione post punk dalla spiccata presenza scenica, testi in italiano praticamente incomprensibili – mi hanno ricordato i Distanti), si fa compatto e brulicante di braccia agitate quando entrano i scena i tre ODM. Capovilla è una figura familiare, talmente familiare da avere ormai disinnescato quella sua sostanziale ambiguità, quel suo essere cioè un po’ padre (moraleggiante, sentenzioso sulla società contemporanea, un po’ ammuffito coi suoi reading di Majakovskij e le dichiarazioni su Marcuse) e un po’ figlio (le boccacce, i testi adolescenziali nel senso esteso del termine, i ‘motherfucka’ sputati nel microfono, la gestualità da rebel son of rock’n’roll); talmente familiare da rendere possibile, dopo tutto, anche quello che per altri sarebbe tassativamente vietato: scontargli completamente l’inglese bleso, gli americanismi forzati, la pronuncia parossistica. Capovilla va preso per quello che è: un buon performer, a metà fra calcolato poseurism e passione sincera, una figura carismatica e priva di filtri all’interno di una scena piena di figure poco carismatiche e molto schive. Dall’altra parte del palco, Giulio Favero, con capelli e barba curati e gli occhiali dalla montatura spessa, si muove poco, suona preciso le sue chitarre e lascia spazio al frontman. Luca Bottigliero, dietro alla batteria, è veloce, arruffato e ride spesso. Non sono così preparato sui titoli, ma riconosco quasi tutti i pezzi (principalmente, forse esclusivamente da ‘1000 Doses Of Love’ e ‘You Kill Me’). Dopo una prima mezz’ora fin troppo rilassata, forse anche distratta, gruppo e pubblico cominciano a scaldarsi e i dubbi e gli interrogativi – sostanzialmente quelli sulla necessità di una reunion, sulle motivazioni, su una possibile esistenza degli ODM anche dopo l’esperienza molto più ampia del Teatro degli Orrori – si sciolgono del tutto. Capovilla catalizza tutta l’attenzione con la sua voce rugginosa e nasale, la sala odora di birra e fumo immortalato dai lampi dei riflettori mobili, la scarna formazione a tre si rivela sufficiente a riempire la platea, giocando sulle dualità ritmico/melodica di basso e chitarra. Le geometrie degli accordi taglienti e distorti, le pause e i frequenti stop and go tipici del genere creano le architetture sonore che ci si aspettava. Se la matematica non è opinabile, non lo è nemmeno quella degli ODM.

Filippo Bizzaglia

1 COMMENT

  1. Non ho mai sopportato Capovilla, sempre sudato e con quell’orribile stomaco gonfio. Una volta al Circolo ero sicuro stesse per vomitare, peccato che non l’abbia fatto. Sarebbero uscite fuori delle foto clamorose.

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